rotate-mobile
Giovedì, 26 Maggio 2022
Cronaca

L'omicidio Torreggiani, spiegato

Il gioielliere di Milano ucciso dai Pac in un uggioso pomeriggio di metà febbraio del 1979

Non fa particolarmente freddo a Milano il 16 febbraio 1979. Ci sono 6 gradi e piove. Pioggia fitta e fine, quella che penetra ovunque, anche nelle ossa. Sembra un giorno uguale agli altri. Anzi, forse è meglio perché è venerdì. È l'ultimo giorno di lavoro prima del fine settimana, ma per Pierluigi Torreggiani quello è anche l'ultimo giorno della sua vita.

La morte per Pierluigi si presenta con tre nomi: Giuseppe Memeo, Gabriele Grimaldi e Sebastiano Masala. Mentre sta aprendo insieme ai figli la sua gioielleria di via Mercatini a Milano (zona Bovisa) gli si avvicinano. Fanno parte dei Pac, acronimo di Proletari armati per il comunismo. Sono terroristi e hanno un solo obiettivo: vendicare - per un assurdo motivo - un rapinatore morto qualche settimana prima. Per questo impugnano le pistole e premono il grilletto. Nasce una sparatoria. Volano proiettili. A terra finiscono due persone: Pierluigi e suo figlio Alberto (15 anni). Pierluigi viene finito con due colpi: uno al cuore, l'altro alla testa; Alberto, invece, non si rialzerà mai più: una pallottola (partita dalla Smith and Wesson 38 del padre) lo colpisce alla colonna vertebrale. Poi i sicari scappano, lasciano il luogo dell'agguato. Arrivano le ambulanze, polizia e carabinieri insieme a fotografi e giornalisti. Il cielo continua a essere scuro. E quelli sono gli anni di piombo.

Ma perché un gioielliere della Bovisa si è trovato di fronte tre terroristi pronti a ucciderlo? Per rispondere alla domanda bisogna entrare nelle logiche malate degli estremisti e fare un salto indietro di qualche settimana. È lunedì 22 gennaio 1979 e Torreggiani, che ha appena finito un'esposizione di gioielli presso una televisione privata, sta cenando insieme alla famiglia e a un gruppo di amici in una pizzeria di via Marcello Malpighi, in zona Porta Venezia. È una serata come tante, Pierluigi non è una persona famosa ma un piccolo commerciante attivo nella vita pubblica di Milano (l'amministrazione guidata dal sindaco Carlo Tognoli lo aveva premiato con l'Ambrogino d'oro per l'impegno nel sociale).

In pochi istanti tutto viene stravolto. Irrompono alcuni rapinatori armati che derubano i clienti (criminali comuni, non terrroristi legati a movimenti extraparlamentari). Durante il blitz uno di loro minaccia la figlia di Torregiani, Marisa, puntandole addosso una pistola. Nel tentativo di disarmarlo, Torregiani finisce a terra. Partono alcuni colpi di pistola che trafiggono e uccidono uno dei rapinatori, Orazio Daidone, e un commensale, il commerciante catanese Vincenzo Consoli. Non è stato il gioielliere a sparare, con la pistola che ha sempre con sé, ma i giornali del tempo lo accusano di essere un giustiziere borghese, un cacciatore di teste. La tensione sale e Torreggiani diventa un obiettivo perfetto per i Pac, gruppo di terroristi trai quali milita Cesare Battisti.

Torreggiani e la sua famiglia iniziano a ricevere minacce di morte. Il pericolo viene giudicato concreto e così viene messo sotto scorta. In quei giorni i rapporti famigliari sono tesissimi ma Pierluigi continua a vivere in maniera quasi normale. Il pomeriggio dell'agguato le forze dell'ordine lo lasciano da solo per accorrere sul luogo di una rapina. Poche ore. Il necessario per permettere ai terroristi di colpire alle 14.40.

Il motivo dell'azione? I Pac, attraverso un comunicato lasciato in una cabina telefonica di Piazza Cavour il 5 marzo del 1979, accusano il gioielliere di essere un "agente del capitalismo sul territorio". Non solo: esprimono solidarietà per la piccola malavita che con le rapine "porta avanti il bisogno di giusta riappropriazione del reddito e di rifiuto del lavoro". Sempre il 16 febbraio i Pac uccidono Lino Sabbadin, macellaio di Santa Maria di Sala (Venezia) iscritto al Msi che qualche giorno prima aveva reagito a una rapina sparando e uccidendo. Anche in quel caso l'agguato viene rivendicato dalla formazione terroristica in segno di solidarietà alla piccola malavita. Vicende malate di un periodo storico tetro e burrascoso.

Uno spaccato di quegli anni - e della triste vicenda di Torreggiani - è stato trasmesso mercoledì sera su Rai1 dove è andato in onda "Ero in guerra ma non lo sapevo", film di Fabio Resinaro con Francesco Montanari, Laura Chiatti, Juju Di Domenico, Alessandro Di Tocco. La pellicola è tratta dall'omonimo libro del figlio adottivo del gioielliere, Alberto.

In Evidenza

Potrebbe interessarti

L'omicidio Torreggiani, spiegato

MilanoToday è in caricamento