Pena ridotta a stupratore, presidio a Milano: "La violenza è anche nei tribunali"

Martedì alle 18.30, “Non una di meno” organizza un presidio fuori dal tribunale di Milano

Repertorio

Martedì alle 18.30, “Non una di meno” organizza un presidio fuori dal tribunale di Milano con lo slogan “la violenza è anche nei tribunali, siamo tutt* disinvolt*”. L’iniziativa è stata indetta per protestare contro la pena ridotta dalla Corte d’appello di Milano all’uomo che la notte dell’8 giugno 2019 aveva sequestrato, picchiato, minacciato di morte e stuprato per un’intera notte la convivente.

“Più della limatura di pena, ciò che risalta è la motivazione: l’idea che, in un ‘contesto familiare degradato’ e ‘caratterizzato da anomalie quali le relazioni della donna con altri uomini’, l’intensità del dolo di quei tre reati sia attenuata dal fatto che l’uomo ‘mite’ fosse stato ‘esasperato dalla condotta troppo disinvolta della donna’, condotta ‘che aveva passivamente subìto sino a quel momento'” hanno spiegato in una nota le promotrici del presidio, sottolineando che “i giudici hanno di nuovo commesso l’errore di arrivare a giudicare la vittima, la sua vita, le sue abitudini e i suoi comportamenti facendole ulteriore violenza, producendo una narrazione tossica di questo caso attraverso una sentenza che ancora una volta dimostra quanto serva educare a riconoscere la violenza, a chi interviene nel contrasto alla violenza maschile sulle donne e le discriminazioni di genere”.

“Purtroppo questa dinamica è frequente nei ragionamenti che animano le sentenze” continua “Non una di meno”, aggiungendo che “molto spesso a finire sui banchi degli imputati sono le donne che subiscono violenza: una ‘non aveva gridato abbastanza forte’, un’altra ‘indossava jeans aderenti che non si sarebbero potuti sfilare senza il suo consenso’ e così via”.

“Inoltre, l’aggressore è definito ‘soggetto mite’ considerato il comportamento tenuto all’interno dell’istituto di pena, sempre collaborante e partecipativo” prosegue il movimento femminista, evidenziando che “come se non bastasse il motivo che lo aveva portato in carcere, cioè la condotta perpetrata ai danni della moglie, condotta che, in molti modi si può definire fuorchè mite”.

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