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Venerdì, 27 Maggio 2022
Cronaca

"Picchiato dai poliziotti in carcere per non farmi andare a testimoniare"

L'accusa di un detenuto: doveva testimoniare in un processo contro altri poliziotti penitenziari. L'incidente probatorio

Doveva recarsi a Velletri per testimoniare in un processo: aveva infatti accusato alcuni agenti di polizia penitenziaria del carcere in provincia di Roma di avere fatto la "cresta" su una fornitura di cibo. E invece - riferisce il Corriere - sarebbe stato picchiato dentro il carcere milanese di San Vittore (dov'è recluso pre tentato omicidio), da altri agenti di polizia penitenziaria, al fine di "impedirgli" di recarsi a testimoniare nella giornata del 25 maggio.

L'accusa è gravissima. Gravissimo che i poliziotti picchino un detenuto, ancor più grave che lo facciano per una sorta di "solidarietà" con i colleghi. Tutto parte quando l'uomo - Ismail Ltaief, tunisino ora cinquantenne - è recluso a Velletri e presta servizio nelle cucine del penitenziario. Secondo la sua denuncia, l'uomo scopre che alcuni agenti si appropriano illecitamente di generi alimentari. Per effetto della sua rivelazione, viene picchiato da alcuni poliziotti. 

A Velletri è ora in corso un secondo processo. Nel frattempo il tunisino è detenuto a San Vittore, accusato di avere tentato di uccidere un egiziano il 6 ottobre 2016, al Parco delle Rose. Deve recarsi nella città laziale per testimoniare al processo ma, e qui parte la nuova accusa, il 27 marzo e il 12 aprile del 2017 viene picchiato a San Vittore da dieci poliziotti che in questo modo vogliono impedirgli di recarsi a presentare la testimonianza.

Lui viene medicato e si evince che le ferite non sono compatibili con oggetti presenti all'interno delle celle (ergo: non se le è procurate da solo). Il tunisino scrive lettere al gip del suo processo per tentato omicidio e questa (Laura Marchiondelli) non può far altro che trasmettere alla procura le carte. Il pm Leonardo Lesti e la gip Chiara Valori aprono un procedimento e, nella giornata del 6 novembre, si recano a San Vittore per l'incidente probatorio, durante il quale il tunisino riconosce sette poliziotti riferibili a quei due episodi e altri due senza però inquadrarli in un episodio specifico.

«Vi racconto com'è il bosco di Rogoredo»

Il cinquantenne - che respinge l'accusa di tentato omicidio - in una lettera al Corriere della Sera ha anche raccontato una "cronaca" di quanto accade al bosco della droga di Rogoredo, che lui dice di avere frequentato non per spacciare eroina ma per acquistarla (nel frattempo è in cura con il metadone per disintossicarsi). 

Secondo quanto lui riferisce, poco tempo prima del tentato omicidio qualcuno lo avrebbe aggedito sotto casa sua, nel quartiere milanese di Baggio, e avrebbe cercato in tutti i modi di fargli impugnare una pistola, a suo dire per rilasciare le impronte. Tra gli episodi da lui raccontati, lo stupro di una tossicodipendente minorenne da parte di sette persone, che non ha potuto fermare perché - a suo dire - quelli gli avrebbero detto che sarebbe finito così anche lui. 

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