Morta la partigiana Piera Pattani: è stata uccisa a 93 anni dal coronavirus

Piera è morta nella giornata di giovedì 21 maggio, si era "arruolata" nella resistenza a 16 anni

Piera Pattani

Quando parlava di residenza (la) Piera non usava mezzi termini: "L’ha fatta il popolo, l’abbiamo fatta in tanti: noi partigiani, ma anche i preti e le suore, i farmacisti e i medici e a volte anche i padroni". E Piera Pattani, partigiana legnanese della 182esima Brigata Garibaldi, è morta a 93 anni nella giornata di giovedì 21 maggio; era ricoverata in casa di riposo ed è stata stroncata dal coronavirus. Il fatto è stato reso noto da Roberto Cenati, presidente di Anpi provinciale Milano.

Nel 70esimo anniversario della Liberazione Piera aveva ricevuto il diploma di partigiana dal Ministero della Difesa, oltre alla cittadinanza onoraria dal Comune di Legnano. Piera, che poco più che 16enne aveva militato sia nella 181 che nella 182esima Brigata Garibaldi, aveva raccontato la sua resistenza, a fianco dei fratelli Venegoni (parenti di Dario Venegoni, presidente dell'ande) in una intervista del 2013.

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"Nel marzo del 1943 ho incontrato l’Arno, un capo partigiano che abitava vicino alla mia nonna — aveva raccontato Piera —. Io avevo 16 anni e lavoravo alla Giulini e Ratti. L’ho incontrato a casa del Dino Garavaglia, perché ero nell’organizzazione dei fratelli Venegoni. L’Arno mi si avvicina e mi dice: «Piera ho un mestiere da fare, stiamo organizzando uno sciopero, ho qui dei volantini. Li devi portare alle persone di cui ti do l’indirizzo. Tu vai lì e glieli porti perché loro ti aspettano». E poi mi ha detto: «Domani alle 10.00 c’è sciopero». Allora sono andata dal Cesare Oldrini del Brusadelli, dalla Rossetti Carolina della Cantoni, dalla Norma del Vianello. Li ho portati poi alla Bernocchi e alla De Angeli-Frua. Lo sciopero è riuscito in tutta Legnano. Da quel momento è iniziata tutta la mia storia. Mauro Venegoni (Medaglia d'Oro della Resistenza italiana, catturato dai fascisti, torturato e ucciso nell'ottobre 1944) veniva fuori dalla fabbrica Giulini e Ratti, con una bicicletta da donna, con un porta pacchi dietro e uno davanti, veniva lì che sembrava uno straccione e mi diceva: «Piera, quando vai a Milano a prendere la stampa clandestina vai a questo indirizzo» Io andavo al numero 20 o 22 di corso XXII Marzo. Li c’era la tipografia clandestina, c’era Giovanni Brambilla, quello del Partito Comunista che mi preparava tutti i pacchetti, li metteva in una borsa a rete, fatti su che sembrassero degli scampoli di tessuto. Quando tornavo in treno, caricavo le buste con dentro la stampa clandestina e l’Unità. Andavo su un vagone e poi mi sedevo in un altro vagone, così non mi scoprivano. Poi, arrivati quasi a Legnano, andavo nel vagone dove avevo lasciato le cose. Mi aspettavano il Guglielmo Landini, l’Angelo Santambrogio, che poi è stato portato a Mauthausen con tutti quelli della Tosi e della Comerio e non sono più tornati. Li ho visti quelli della Tosi quando li hanno caricati sui camion. Ho fatto un nascosto cenno di saluto al Santambrogio poi... E, insomma, portavamo giù la stampa dal vagone e poi la distribuivamo. Una volta hanno portato via uno dei nostri, il Samuele che era un capo partigiano. Lo hanno ferito e ricoverato nell'ospedale di Busto. C’era il professor Santero che erano uno dei nostri. Ci ha chiamato e ci ha detto che lo teneva un po’ li per operarlo e curarlo e così noi avevamo il tempo di liberarlo. Allora ho detto al Guido Venegoni: «Facciamo così, domani vado a Busto in bicicletta a vedere». E sono andata a Busto a vedere dove era il Samuele. C’erano i piantoni fascisti e c’era la suora, che già sapeva che sarei arrivata. Ho detto che ero venuta per vedere il mio fidanzato. Ho visto il Samuele... com’era conciato! Allora ho detto in un orecchio al Samuele «Guarda che domani alle cinque vengono a portarti via». I fascisti appena mi hanno vista parlare, mi hanno preso per i capelli e mi hanno sbattuto contro il muro. Il giorno dopo, la suora, ai piantoni che erano a fare la guardia, deve avere messo nel vino qualcosa, mentre dava loro da mangiare, perché sono svenuti. Io ero lì e ho visto dalla finestra la testa del Guido Venegoni e del Bigatel che hanno preso il Samuele, lo hanno caricato sulla bici e sono partiti per Legnano. I compagni di Busto sono andati sui cinque ponti, dove c’erano le guardie per tenerli impegnati mentre portavano via il Samuele. La Resistenza l’ha fatta il popolo, l’abbiamo fatta in tanti: noi partigiani, ma anche i preti e le suore, i farmacisti e i medici e a volte anche i padroni".

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