Caso Rocchelli, iniziato l'Appello a Milano. La difesa chiede nuovi testimoni e la prova al poligono

Dalla procura generale la richiesta di acquisire una frase intercettata in carcere, prima "sfuggita", in cui il soldato imputato direbbe che «abbiamo fottuto un reporter»

Rinviato per il covid, è finalmente inziato alla Corte d'assise d'Appello di Milano il secondo grado di giudizio per Vitaliy Markiv, il soldato ucraino trentenne condannato in primo grado, a Pavia, a 24 anni di carcere per concorso in omicidio volontario in relazione alla morte di Andrea Rocchelli, fotoreporter italiano, a Sloviansk in Ucraina il 24 maggio 2014. Con lui morì anche il suo interprete, il giornalista e attivista dei diritti umani russo Andrej Mironov.

La prima udienza, martedì 29 settembre, è stata di carattere preliminare: dopo la relazione introduttiva, che ripercorreva la sentenza di primo grado e i ricorsi della difesa di Markiv e dello Stato ucraino, si è passati alla trattazione delle richieste dei ricorrenti di introdurre nel dibattimento nuove prove, nuovi testimoni e un supplemento d'istruttoria. Tutte richieste che la procura generale, rappresentata da Nunzia Ciaravolo, ha chiesto che vengano respinte. La giudice che presiede la corte, Giovanna Ichino, ha rinviato la decisione alla prossima udienza, giovedì 1 ottobre, fissandone già una terza per il 7 e forse una quarta per l'8 ottobre.

Le richieste della difesa e dello Stato ucraino

La difesa di Vitaliy Markiv (rappresentata da Raffaele Della Valle e Donatella Rapetti) e quella dello Stato ucraino (con Niccolò Bertolini Clerici) hanno chiesto, come in primo grado, che sia effettuato un sopralluogo sulla collina di Karachun, per rendersi conto di quali siano le visuali e le distanze effettive tra le postazioni della guardia nazionale e dell'esercito da una parte e delle vittime dall'altra. Una richiesta che, per la pg Ciaravolo, va respinta poiché dopo sei anni la vegetazione può ormai essere cambiata radicalmente. «Al massimo è cresciuto qualche arbusto», ha controreplicato Rapetti.

Seconda richiesta, la perizia balistica in poligono per un fucile Ak74 come quello certamente in dotazione di Markiv. Una richiesta che i legali di Markiv e dell'Ucraina non si aspettavano di dover avanzare, fino a leggere in sentenza che Markiv avrebbe addirittura sparato all'auto con cui il francese William Rougelon, sopravvissuto, è fuggito, a oltre due chilometri e mezzo di distanza dalle postazioni ucraine, mentre un Kalashnikov al massimo può avere un tiro utile di alcune centinaia di metri e una gittata massima poco superiore (ma con il colpo che "accarezzerebbe" il bersaglio anziché crivellarlo).

Le altre richieste riguardano l'accoglimento di nuove testimonianze: in primis l'uomo che guidava l'auto cn cui Rougelon è scappato, rintracciato dalla polizia ucraina durante le indagini dell'ultimo anno, e poi alcuni esperti (cartografi e militari), tra cui spicca l'ex generale dell'esercito Luigi Scollo (comandante dei bersaglieri a Nassiriya in Iraq), già intervistati dagli autori del documentario "The wrong place", in uscita in autunno.

La difesa ha contestato la sentenza di primo grado anche in altri aspetti: ad esempio perché ignora l'audio registrato da Rougelon poco prima della morte dei due giornalisti, in cui Mironov spiegava che il gruppo si era trovato in mezzo al fuoco incrociato e che i mortai provenivano «anche da qui vicino», ovvero dalla parte dei separatisti. «E' come se la sentenza dicesse che era stato sparato un solo colpo di mortaio, da parte ucraina, verso le vittime», ha commentato Rapetti.

La questione della distanza

Ed infine, la richiesta di acquisire agli atti alcune immagini presenti nel documentario, risalenti all'epoca dei fatti, tra cui una fotografia dello stesso giorno della tragedia in cui Markiv è ritratto con un fucile dotato di uno strumento ottico che non potrebbe (secondo la valutazione di Scollo) consentire l'ingrandimento a 1,7 km di distanza (quella appurata tra le postazioni della guardia nazionale ucraina e le vittime, accolta da tutte le parti) per riconoscere il bersaglio. 

La sentenza di primo grado suppone infatti che Rocchelli, Mironov, Rougelon e altri non avessero segni di riconoscimento, ma che gli ucraini sapessero che i taxi, nella zona di Karachun e della fabbrica Zeus divenuta base dei separatisti, portassero giornalisti o civili, e poiché le vittime avevano iniziato a scattare fotografie, erano riconoscibili come reporter; la difesa ha sempre opposto che, a 1,7 km di distanza, è praticamente impossibile distinguere una macchina fotografica da un altro oggetto, e per di più Mironov indossava pantaloni mimetici.

La frase captata in carcere

La procuratrice generale ha avanzato, invece, soltanto la richiesta di acquisire agli atti il brogliaccio dei carabinieri del Ros con un'intercettazione secondo cui Vitaliy Markiv, parlando con un compagno di cella, avrebbe detto: «Nel 2014 abbiamo fottuto un reporter». Una frase precedentemente non inserita nella trascrizione del perito che aveva ascoltato il nastro. La presidente della corte si è limitata per ora a chiedere alla procura generale di fornire il nastro, e non il brogliaccio, al fine di valutare l'opportunità di acquisire tale elemento.

All'esterno: gli ucraini e i Radicali

All'esterno del Tribunale di Milano, durante la mattinata, un presidio di cittadini ucraini (che avevano anche seguito tutte le udienze del primo grado) in sostegno del loro connazionale imputato (che ha la doppia cittadinanza). Presenti anche delegazioni di Radicali Italiani (Mironov era stato iscritto al Partito Radicale) e +Europa. «Abbiamo manifestato le nostre perplessità rispetto a una sentenza di primo grado che ha visto condannato il colpevole perfetto, l'unico soldato ucraino che poteva essere processato in Italia, per via della sua doppia cittadinanza», dichiarano Giulia Crivellini e Igor Boni, tesoriera e presidente di Ri.

presidio radicali rocchelli-2

«Abbiamo fortemente contestato - proseguono - le indagini a senso unico, condotte esclusivamente sul versante ucraino, senza considerare e indagare le responsabilità russe e filorusse. Abbiamo letto con preoccupazione le motivazioni della sentenza di primo grado, che contengono persino macroscopiche alterazioni storiche e mostrano una palese ignoranza del contesto nel quale è avvenuta la morte di Rocchelli e Mironov. Auspichiamo un giudizio sereno e scevro da pregiudizi e disinformazione».

presidio ucraini markiv-2

«L'obiettivo di perseguire giustizia per i giornalisti non può prescindere da un processo giusto e, prima ancora, da indagini complete e imparziali, che tengano conto di ogni circostanza», aggiunge Stefano Leanza, neo-coordinatore di +Europa Milano: «Giustizia giusta per Andrea e Andrej significa individuare il reale movente, la reale dinamica, i reali responsabili, mentre la sentenza di primo grado è piena di ombre lasciate irrisolte. Siamo a fianco dei giornalisti che muoiono in scenari di guerra e dei loro familiari e amici e, proprio per questo, non ci accontentiamo di ricostruzioni e sentenze che sembrano più costruite su teoremi che sui fatti».

«Siamo qui con gli amici ucraini - concludono gli esponenti di Radicali Italiani - anche per manifestare loro la nostra solidarietà. Non si tratta di facinorosi nazionalisti, come troppa stampa intende dipingerli per screditarli. Si tratta di cittadini europei, integrati nella nostra società che credono nella giustizia e chiedono una giustizia giusta per Vitaly Markiv».

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