Rocchelli, l'accusa: «Fu un crimine di guerra, confermare condanna a 24 anni»

Intanto la frase «abbiamo fottuto un reporter», intercettata a Markiv in cella, è cambiata dopo la trascrizione ufficiale: «E' stato fottuto un reporter ma vogliono cucirmi addosso tutto»

(Foto Melley/MT)

Sarebbe stato «un crimine di guerra» l'uccisione del fotoreporter pavese Andrea Rocchelli e del giornalista e dissidente russo, nonché attivista dei diritti umani, Andrej Mironov, a Sloviansk in Ucraina il 24 maggio 2014. Si sarebbe configurata come «uccisione di civili, non importa se giornalisti, comunque riconoscibili come civili», in assenza di un conflitto a fuoco. E la successiva condotta dell'imputato, il soldato italo-ucraino Vitaliy Markiv, non sarebbe meritevole di una pena attenuata. Queste, in sintesi, le ragioni per cui la procuratrice generale di Milano Nunzia Ciaravolo, nella requisitoria del processo d'appello, ha chiesto per Markiv la conferma della condanna in primo grado a 24 anni di reclusione, con l'accusa di concorso in omicidio volontario.

L'appello è cominciato il 29 settembre, in ritardo per il lockdown da coronavirus. Giovedì 15 ottobre, alla terza udienza, si sono svolte le requisitorie della procura e di alcune parti civili, quelle a sostegno dell'accusa: hanno parlato gli avvocati della famiglia Rocchelli (genitori, sorella e compagna), del collettivo fotografico CesuraLab e della Fnsi (Federazione nazionale stampa italiana) e Alg (Associazione lombarda giornalisti).

Le requisitorie si sono concentrate sulla ricostruzione già offerta dalla sentenza di primo grado, secondo cui Markiv, soldato della guardia nazionale ucraina, armato di Kalashnikov Ak-74, avrebbe svolto il ruolo di "osservatore" per l'esercito, in modo che questo dirigesse i colpi di mortaio aggiustando i tiri fino a colpire, dall'alto della collina di Karachun, le vittime: Rocchelli, Mironov, il fotografo francese William Rougelon (ferito), il tassista e un quinto uomo comparso all'improvviso sulla scena (illesi). La collina era in quel momento controllata dall'esercito e dalla guardia nazionale ucraini, mentre la città di Sloviansk e il vicino villaggio di Andreevka erano in mano ai separatisti filorussi e supportati dalla Russia. 

Non «abbiamo fottuto un reporter»

Non è «nel 2014 abbiamo fottuto un reporter» la frase pronunciata da Markiv mentre parlava in cella, poco dopo l'arresto, con un detenuto che comprendeva la sua lingua. E' invece «nel 2014 è stato fottuto un reporter, ma ora vogliono cucirmi addosso tutto». Lo ha reso noto, en passant, la procuratrice Ciaravolo a inizio udienza, ma soltanto per chiedere che dall'intera trascrizione vengano tolte le parentesi con le note del redattore.

La frase è compresa in circa 50 minuti di intercettazione ambientale che non erano mai "entrati" nel processo perché la prima interprete (che tra l'altro sarebbe stata anche oggetto di minacce) aveva soltanto annotato "rumori di sottofondo", mentre un successivo rapporto dei carabinieri del Ros aveva fatto emergere che, in quel lasso di tempo, l'imputato e il compagno di cella avevano parlato tra loro. Lo stesso rapporto annotava quella frase, che Ciaravolo in prima udienza d'appello aveva chiesto venisse messa agli atti. La corte, accogliendo la contro-istanza della difesa, aveva disposto la trascrizione integrale di tutta quell'ora scarsa. E così, una volta depositata la trascrizione, ora si conosce la frase precisa, che non è alla prima persona plurale. 

«Non c'era un conflitto, spararono gli ucraini»

Ma torniamo alla ricostruzione di quel drammatico giorno. Secondo la pg Ciaravolo, Mironov e gli altri avevano deciso di partire dall'albergo, quel pomeriggio, dopo avere avuto notizia di un bombardamento su obiettivi civili, fatto anomalo perché solitamente a Sloviansk gli scontri a fuoco avvenivano nottetempo. E arrivati al treno usato dai filorussi come barricata, nei pressi della loro "base", la fabbrica di ceramiche Zeus, sono scesi dall'auto per scattare alcune fotografie: in quel momento, secondo la ricostruzione accettata dall'accusa in appello, non era in atto alcuno scontro armato, e il fuoco iniziò all'indirizzo del gruppetto, dalla collina in cui si trovavano gli ucraini regolari, al loro indirizzo. L'audio registrato poco più tardi in cui Mironov, poco prima di morire, afferma che «c'è un mortaio anche qui vicino» e che il gruppo si trovava in mezzo al «fuoco incrociato» si riferirebbe, per Ciaravolo, a risposte successive di fuoco da parte dei filorussi, «ma è certo che nessuno degli spari precedenti proveniva da loro». In altri termini, sarebbe assodato che furono gli ucraini della guardia nazionale, e quindi Markiv e commilitoni, ad aprire il fuoco per primi. A mirare deliberatamente ai civii. E poi a dirigere i colpi di mortaio dell'esercito, fornendo le coordinate delle vittime.

Ribadita la «confessione stragiudiziale» dell'articolo del Corriere

Accettata in pieno, dalla procura così come dalle parti civili che sostengono l'accusa, anche la "confessione stragiudiziale" contenuta nell'articolo pubblicato il giorno dopo sul Corriere della Sera online, scaturito da una conversazione telefonica tra il fotografo Marcello Fauci e lo stesso Markiv (si conoscevano, erano anche amici), ascoltata in viva voce (così è emerso dal processo di primo grado) dalla collaboratrice del Corriere Ilaria Morani. Fauci e Morani, con altri venti o trenta giornalisti europei, si trovavano nel Donbass in quel periodo proprio per documentare, come Rocchelli, Mironov e Rougelon, il conflitto in corso. Viene interamente accolta dalla procura la ricostruzione della conversazione come riportata nell'articolo, e quindi che Markiv avesse un ruolo di "superiore", «non importa se capitano o no (come scritto nell'articolo, n.d.r.), perché parlava di suoi uomini». Tutti i giornalisti che avevano dichiarato di conoscere il contenuto della telefonata, in primo grado hanno testimoniato che l'articolo sostanzialmente corrispondeva con quel contenuto. E che quindi l'imputato avesse, per esempio, detto che «qui si spara», «si carica l'artiglieria pesante» contro quello che si vede passare, anche se «normalmente non si colpiscono i civili». 

«E' stato un crimine di guerra»

Ciaravolo ha parlato di «crimine di guerra» in merito all'uccisione di civili durante un conflitto e ha ricordato il presunto tentativo di fuga dal carcere di Pavia che Markiv avrebbe orchestrato poco dopo l'arresto nel 2017, suggerendo a un detenuto di chiedere di uscire nottetempo dalla cella per motivi di salute, per poi infilzare una penna appuntita al collo di un agente. Ha poi ricordato le «immagini raccapriccianti» trovate in suo possesso, che testimonierebbero il «modo in cui viene condotto questo conflitto», «in piena violazione di qualunque convenzione, come un detenuto incappucciato, fotografie di deceduti» e via dicendo. Una personalità, quella di Markiv, che secondo Ciaravolo non meriterebbe sconti di pena, di qui la richiesta che sia integralmente accolta la condanna in primo grado a 24 anni.

Le accuse al documentario: «Non è indipendente»

Ed è entrato nel processo d'appello anche il documentario (non ancora uscito ma di cui sono state presentate alcune anticipazioni) "The wrong place", un'inchiesta giornalistica scaturita proprio dalla sentenza di primo grado, che la difesa di Markiv ha chiesto di acquisire agli atti. A parlarne è stata Alessandra Ballerini, difensore di parte civile della famiglia Rocchelli, che si è scagliata contro gli autori del film mettendo in dubbio l'indipendenza. Ha cercato di motivare questa posizione citando alcuni post su Facebook in particolare di due degli autori, Olga Tokariuk e Cristiano Tinazzi.

Di Tokariuk l'avvocato ha evidenziato i post nei quali la giornalista ucraina afferma che Markiv «è stato condannato senza prove» ed è «un esempio di dignità nonostante le ingiuste accuse», o anche che «il Tribunale di Pavia ha condannato Markiv per un reato che non ha commesso, perché un ucraino è colpevole a priori, è considerato nazionalista perché indossa la camicia ricamata». Di Tinazzi, il post secondo cui la condanna in primo grado è stata «una pagina vergognosa per il giornalismo italiano e per la magistratura». Secondo Ballerini, queste affermazioni non dimostrerebbero indipendenza, così come il fatto che «non si conoscono i finanziatori» del film e che «c'è il supporto della guardia nazionale ucraina, perché è stato usato un suo poligono di tiro». Gli autori del documentario, in realtà, hanno sempre apertamente dichiarato che l'idea di realizzarlo è scaturita proprio dalla condanna, per loro sorprendente, ma che l'inchiesta da loro condotta non vuole "assolvere" Markiv bensì vederci chiaro, visto che i dubbi lasciati aperti esistono oggettivamente. Ma per Ballerini la richiesta di introdurre nel processo il documentario è «inutile, fuorviante e oltraggiosa per la famiglia».

I filorussi «non facevano del male ai giornalisti»

C'è spazio, nelle requisitorie, per ribadire la presunta differenza tra i miliziani separatisti filorussi e l'esercito ucraino nel trattare con i reporter. I primi, in particolare, secondo più voci dell'accusa a Markiv non avrebbero fatto del male ai giornalisti, che anzi erano «utili» per raccontare al mondo la situazione nelle città del Donbass, in particolare quelle (come Sloviansk) al centro del conflitto in quel momento. 

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Una ricostruzione che confligge con quanto accaduto al giornalista di Vice News Simon Ostrovsky, preso in ostaggio a Sloviansk il 21 aprile 2014 (un mese prima della morte di Rocchelli e Mironov) dai miliziani separatisti: mentre il sindaco autoproclamato della città, Vyacheslav Ponomarev, dichiarava al Moscow Times «abbiamo bisogno di prigionieri, di una merce di scambio», e la portavoce Stella Khorosheva (che ora vive in Trentino) confermava che «è con noi e sta bene», Ostrovsky trascorreva quelli che avrebbe definito successivamente, su The Globe and Mail, «i tre giorni peggiori della mia vita». In almeno un caso, i filorussi non sono stati per niente "teneri" con i giornalisti. C'è infine sempre il sospetto che Mironov, per la sua attività di dissidenza verso il regime russo di Putin, fosse comunque nel mirino dei separatisti del Donbass, e in particolare quelli di Sloviansk, guidati da Igor Girkin, russo ed ex colonnello dei servizi segreti di Mosca. Ma questa pista non è mai stata esplorata dagli investigatori.

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