Processo Rocchelli, chiesta l'assoluzione di Markiv: «Mancanza totale di prove»

Il 3 novembre sarà forse il giorno della sentenza d'appello. La difesa passa al "setaccio" la sentenza di primo grado

Vitaly Markiv, il soldato ucraino a processo d'appello a Milano per la morte di Andrea Rocchelli e Andrei Mironov in Ucraina, a Sloviansk, il 24 maggio 2014, deve essere assolto perché non ha commesso il fatto. E' la richiesta avanzata dai difensori Raffaele Della Valle e Donatella Rapetti dopo l'udienza di venerdì 23 ottobre. Nelle lunghe requisitorie (precedute da quella dell'avvocato Niccolò Bertolini Clerici, legale dello Stato ucraino), i due difensori hanno contestato numerosi passaggi della sentenza pavese di primo grado, che ha condannato Markiv a 24 anni per omicidio volontario senza attenuanti. Il 3 novembre è prevista una replica della procura generale e poi, se la corte non accoglierà alcune richieste aggiuntive della difesa, si arriverà alla sentenza.

I legali di Markiv hanno contestato alla corte pavese di avere «invertito l'onere della prova», mentre la condanna di primo grado si basa su «una pseudo confessione stragiudiziale», ovvero l'articolo pubblicato dal Corriere della Sera online il giorno dopo la morte di Rocchelli e Mironov, in cui si legge il resoconto di una conversazione tra due giornalisti e Markiv.

Un articolo già contestato in alcune parti in primo grado, frutto di un ascolto in viva voce di una telefonata concitata, in cui il soldato della guardia nazionale ucraina è stato trasformato in "capitano" al comando di alcuni uomini, cosa che nelle carte processuali non è mai emersa, anzi i suoi comandanti e commilitoni hanno sempre negato che Markiv fosse un capo o qualcosa di simile. E per di più uno dei due giornalisti lo tratterà da amico anche successivamente, non ritenendo quindi che Markiv potesse essere implicato nell'"omicidio" di Rocchelli e Mironov.

Secondo i legali, nella condanna manca ogni elemento indispensabile: dove, quando, perché, in che modo e con quali mezzi. Non è provato che Markiv fosse in servizio tra le 17 e le 17.08 del 24 maggio 2014, sulla collina, a difendere l'antenna televisiva (e non a "sparare senza senso" ai separatisti filo-russi). La fotografia di un'ora prima sembra piuttosto ritrarre Markiv in posa, come se non fosse affatto in servizio.

«Sentenza contraddice carte processuali»

Di più, la sentenza contraddice le carte processuali in diversi punti, ad esempio quando afferma che, «come dichiarato da Markiv e dai comandanti, i militari della guardia nazionale avevano il compito di osservazione, avvistamento e indirizzo dei colpi di mortaio mediante aggiustamento progressivo del tiro al bersaglio», quando le dichiarazioni di tutti, al processo, confermano l'osservazione e l'avvistamento ma poi parlano solo di «segnalazione della posizione al comandante». E ancora, si legge in sentenza che i soldati della guardia nazionale possono «comunicare direttamente con i fanti dell'esercito», mentre tutti hanno affermato che quei soldati potevano comunicare solo col proprio comandante.

Nel processo d'appello è poi entrata, su richiesta della procura generale di Milano, una frase intercettata in carcere, tratta da un colloquio tra Markiv e un altro detenuto che parla la sua lingua; inizialmente derubricata con "rumori di sottofondo", è stata riascoltata dai carabinieri del Ros che hanno percepito frasi, tra cui «abbiamo fottuto un reporter», così sono stati interpretati 50 minuti di conversazione e la frase è diventata «è stato fottuto un reporter e mi vogliono cucire addosso tutto».

Il presunto piano di fuga e l'elogio del direttore del carcere

Ancora, già in primo grado si era parlato del presunto progetto di fuga dal carcere, con risvolti violenti (un poliziotto avrebbe dovuto essere ferito), orchestrato da Markiv. Ma per Della Valle di questo progetto di fuga si sa «dal Ros» e da «un detenuto», tutti anonimi: la procura generale ha utilizzato questo "piano" per chiedere la conferma della condanna a 24 anni, senza considerare i rapporti che ormai da tre anni il direttore del carcere di Opera stila su Markiv, che parlano di un detenuto modello, sempre attento alle regole, disponibile a lavorare e all'attività didattica, gentile con tutti.

«Dall'istruttoria nessuna prova»

Secondo Della Valle, i punti fermi che emergono dalle carte dell'istruttoria sono tutti a favore dell'imputato. E' provato che i filo-russi abbiano sparato (dai proiettili sul taxi, per esempio: sul lato destro e in uscita dal tetto, quindi da un punto basso e non dalla collina); filo-russi, guardia nazionale e esercito ucraini avevano le stesse armi di fabbricazione sovietica (Ak-74 e mortai); non c'è la prova che Markiv fosse in servizio; non si riesce a stabilire con esattezza la posizione di Markiv; se anche gli si vuol attribuire la posizione di un video girato l'8 giugno 2014, i giornalisti sulla strada non si vedrebbero; il tiro utile dell'Ak-74 in dotazione di Markiv non gli avrebbe permesso di uccidere da quella distanza; non è provato un movente.

Crimine di guerra? «La sentenza sfregia un soldato e una nazione»

In chiusura un accenno all'idea (emersa in sentenza e ribadita con forza dalla procura generale d'appello) che a Sloviansk si sia commesso, e che gli ucraini commettessero in quel periodo, «crimini di guerra». «Pavia è una bella città, con un'antica università, ma non è Norimberga», ha affermato Della Valle ricordando uno dei più celebri processi contro veri criminali di guerra, i nazisti. Si sta valutando, secondo il legale, un evento specifico in un contesto bellico, mentre la corte pavese (e, sembra, la procura generale d'appello) attribuiscono all'evento la qualifica di «criminale». «Pensiamo - ha chiarito il legale - che la corte di Pavia non possa sentirsi legittimata a sfregiare un singolo militare e l'intero esercito di una nazione democratica che si difende perché è minacciata la sua autonomia».

I crimini di guerra e contro l'umanità sono ben più gravi e avvengono in circostanze diverse: i genocidi, gli stupri di massa, le deportazioni sono crimini di questo tipo. «Markiv e i suoi compagni - ha proseguito Della Valle - si trovavano in una zona di guerra, chiamati dalla loro nazione, soggetti a precisi ordini, con compiti determinati e non a sparare ai civili».

«Difensori non siano costretti a sottomissione e remissività»

In ultimo, Della Valle si è «tolto un sassolino», respingendo al mittente l'implicita accusa a lui rivolta in sentenza, quando si afferma che la difesa «non ha adempiuto all'onere probatorio sulla partecipazione dell'imputato», mentre a suo avviso è la corte ad avere invertito l'onere della prova, presentando un colpevole senza prove. «Non vogliamo - ha concluso che la cultura (giuridica, n.d.r.) quale traspare dal pensiero della corte di Pavia si possa evolvere fino a rendere ineluttabilmente noi difensori sottomessi, remissivi, compiacenti o, peggio, indifferenti per rassegnazione, perché allora sarebbe la fine non solo per noi, ma anche per voi».

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