Martedì, 22 Giugno 2021
Cronaca

Profughi, apre Sammartini ma chiude Aldini. "Meglio accoglienza diffusa in appartamenti"

Lo afferma Sinigallia di Progetto Arca. La convenzione prefettura-comune per via Aldini scade il 30 giugno e non verrà rinnovata

Tende a Bresso, al campo per richiedenti asilo allestito nel 2015

Aperto il nuovo hub per i migranti in via Sammartini 120, in sostituzione di quello di via Tonale (aperto nel 2015 ma ora "reclamato" da Grandi Stazioni che lo vuole affittare a reddito), scoppiano già le polemiche sulla gestione dei nuovi arrivi del 2016. Arrivi che sono già iniziati, anche se ancora non si può parlare di vero e proprio "boom". Pierfrancesco Majorino, assessore uscente al welfare, ha fatto capire che i centri a Milano sono già "al collasso" ed è tornato a chiedere un maggiore impegno da parte della regione e dello Stato. La regione, peraltro, gli ha già risposto picche: «Noi pensiamo alla loro assistenza sanitaria e siamo in credito col governo», ha replicato Simona Bordonali (assessore alla sicurezza al Pirellone).

Chiuderà invece il centro di via Aldini, a Quarto Oggiaro, la cui convenzione con la prefettura scade il 30 giugno e non sarà rinnovata. Questo significa che, da quella data, diverse decine di posti letto non ci saranno più. Un altro problema per la prefettura, che sta cercando disperatamente luoghi in provincia di Milano in cui collocare i migranti. Finora senza grande successo: sono saltate le ipotesi del campo base di Expo e del Falcon Residence di Pero, quest'ultima per gravi lacune strutturali dell'edificio.

Cambiata, oggettivamente, la situazione internazionale rispetto al 2015. Con l'annuncio dei controlli al Brennero da parte dell'Austria, molti meno migranti cerceranno di recarsi nel Nord Europa. Se prima la condizione della maggior parte dei migranti (soprattutto dei richiedenti asilo) era quella di vedere l'Italia come un "transito temporaneo", quest'anno probabilmente non sarà più così. 

Circa un migrante su due, tra quelli che arrivano a Milano ultimamente, chiede l'asilo politico. Si tratta per lo più di eritrei. Questo significa "super lavoro" da parte degli ispettori ministeriali per valutare, una ad una, le domande. Contrariamente a quel che si pensa, infatti, non è sufficiente "venire da un Paese in guerra" o - come nel caso dell'Eritrea - un Paese in una situazione di totale dittatorialità e mancanza di libertà. La legge Bossi-Fini, che segue in questo le convenzioni internazionali, è chiara: occorre che la singola persona abbia le caratteristiche per essere considerata meritevole di asilo politico. 

Si fa strada la proposta di "accoglienza diffusa", anziché di concentrazione in grandi hub. Lo propone Alberto Sinigallia di Progetto Arca, da anni impegnato sul fronte dell'accoglienza ai migranti, citando Papa Francesco. "Allestimento di mini-centri, collocati per lo più in appartamenti e quindi capaci di ospitare nuclei familiari o al massimo 4 o 5 persone, che permetterebbero di liberare o alleggerire le strutture e di avviare percorsi di integrazione", ha spiegato Sinigallia inaugurando l'hub di via Sammartini, venerdì 6 maggio.

Effettivamente è molto complicato organizzare quei percorsi all'interno di hub di grandi dimensioni. Se torniamo alla legge Bossi-Fini, questa prevede che il richiedente asilo politico, per sei mesi, non possa lavorare. E' da qui che sorge la necessità di un'accoglienza strutturata. La domanda, poi, andrebbe vagliata proprio entro sei mesi, ma nella maggior parte dei casi questo non avviene. Allora il richiedente può vedersi prolungato il permesso temporaneo (di cui ha diritto: dunque non parliamo di clandestini). Ma a quel punto può anche - se vuole, se riesce - lavorare. Se poi la sua domanda verrà accolta, sarà a tutti gli effetti regolare in Italia con permesso di soggiorno per asilo politico. 

In quel momento, la sua reale capacità di lavorare e vivere in Italia dipenderà moltissimo dalla "preparazione" o meno durante i mesi precedenti. Se si vuol parlare di integrazione, occorrerebbe iniziare a lavorarci fin dal primo giorno. Quindi corsi di lingua e anche, volendo, di apprendimento di un lavoro. Tutte cose che, purtroppo, non si riescono ad organizzare quando si ha a che fare con una struttura che ospita 300 persone. Si finisce con il trattarli da "accampati" (non per colpa delle organizzazioni che gestiscono i centri, sia chiaro) e - da parte di alcuni politici - per confonderli con clandestini, con un "peso" per la società e così via.

Le mini-strutture, secondo Sinigallia, porterebbero anche un altro vantaggio. Nessuna zona sarebbe "appesantita dall'emergenza dei grandi flussi", ha spiegato. Come a dire: nessuno o quasi si accorgerebbe che ci sono profughi nei paraggi. E nessuno, anche se Sinigallia non l'ha detto, potrebbe usarlo come argomento di battaglia politica.

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