“Ogni sera mi legava, dopo mi violentava”: parlano le vittime del seviziatore di profughi

A incastrare Osman Matammud, il ventiduenne somalo che gestiva un centro di raccolta profughi in Libia, sono state proprio le sue vittime, donne e uomini. Ecco i loro atroci racconti

Il seviziatore in via Sammartini - Foto © MilanoToday

“Io non sono somalo, non sono musulmano, sono il vostro padrone”. Sono tutte qui, nelle parole pronunciate di fronte a chi gli chiedeva - lo implorava - di smetterla, la perversa follia e la sete di onnipotenza di Osman Matammud, il ventiduenne arrestato a Milano lo scorso 23 settembre e ora in carcere con le accuse di sequestro di persona a scopo di estorsione, omicidio plurimo e violenza sessuale aggravata, anche su minorenni

Le manette ai suoi polsi, ritenuto il “padrone” di un centro di raccolta profughi di Bani Walid - in Libia -, sono scattate quasi per caso, per un incontro fortuito avvenuto alle 15.30 di quel giorno fuori dal centro profughi di via Sammartini a Milano. 

A riconoscerlo, perché per loro il suo volto sarà per sempre indimenticabile, sono state due ragazzine somale - una ancora minorenne e una appena maggiorenne - che fino alla metà del 2016 erano state sue vittime. Con coraggio e desiderio di giustizia sono state proprio loro, insieme ad alcuni connazionali, a bloccarlo e farlo arrestare dalla polizia locale, che lo ha subito messo in cella a San Vittore con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. 

Quell’immigrazione clandestina che per Matammud - conosciuto dagli altri come Ismail - era un vero affare, con un prezzo di settemila dollari per ogni persona da far entrare illegalmente in Italia. L’arrivo sulle coste siciliane, però, per i “disperati” disposti al “viaggio della speranza” era soltanto l’ultima pagina di un libro fatto di orrore, morte, violenza, con la firma di Matammud, che gestiva l’ultimo centro in cui i profughi restavano prima di imbarcarsi

I migranti in partenza, centinaia di donne e uomini - quasi tutti somali -, venivano rinchiusi in condizioni igieniche precarie, dormendo per terra, con un solo bagno e “scarsamente alimentati”. Dal 2015, fino a metà 2016, nel campo di Bani Walid - hanno accertato gli inquirenti - “Matammud e i suoi uomini ogni giorno prelevavano uomini dal capannone per portarli in una vera e propria stanza delle torture”. Ancora peggio andava alle donne, portate “nel suo appartamento - del ventiduenne somalo - dove si consumavano gravissime violenze sessuali”. 

“Sono stata quattro mesi nel centro di Bani Walid”, ha raccontato una ragazza, ancora minorenne, agli agenti della polizia locale e agli inquirenti. Proprio a loro, in lacrime ma con la forza dei ricordi, ha descritto la sua prima notte in quello che il pm Marcello Tatangelo ha "disegnato" come un vero “campo di concentramento".

“Ismail è venuto nell’hangar, mi ha presa e mi ha stracciato il vestito davanti a tutti - il suo racconto dell’orrore -. Poi quando sono rimasta nuda ha cercato di penetrarmi, ma non ci è riuscito perché io sono infibulata… Mi ha portato in una stanza di un edificio vicino, mi ha legato le mani dietro la schiena, mi ha messa per terra, mi ha aperto le gambe e con uno strumento metallico ha aperto l’accesso alla mia vagina, al fine di penetrarmi praticando un taglio attraverso l’infibulazione. Lì dal dolore sono svenuta, quando mi sono svegliata mi aveva già violentato”. 

Le parole di un’altra ragazza, in quel centro diventata amica della prima vittima, sono drammaticamente simili. “Sono stata chiusa lì dentro tre giorni e tre notti, in cui sono stata violentata ulteriormente. Nei tre giorni di prigionia non ho mangiato nulla e ho solo bevuto”. Il quadro che le vittime dipingono è raccapricciante: “Ismail è un vero e proprio torturatore. Tutto il giorno violentata le donne e picchiava le persone”. E neanche i settemila euro che i genitori mandavano ai figli reclusi nel campo servivano a porre fine alle violenze. “Anche una volta terminato il pagamento del viaggio - sottolinea il Gip - le violenze e le sevizie sono continuate per mero sadismo, per soddisfare un puro piacere che l’indagato provava nel torturare e seviziare i ‘suoi’ profughi”. 

E se le donne venivano violentate - sempre e soltanto dal ventiduenne somalo -, gli uomini venivano fatti lavorare, picchiati, massacrati e - in almeno quattro casi, documentati, - uccisi. “Io venivo mandato a lavorare per costruire un altro campo per profughi - ha raccontato una giovane vittima -. Una volta sono stato picchiato talmente forte che per due settimane non sono riuscito a mangiare e mi dovevano imboccare”. “Sono stato torturato con delle scariche elettriche nella stanza delle torture che c’era fuori dal campo”, le parole di un altro ragazzo, come in un’incredibile spirale di violenza cieca e brutale.  

“Ismail per me aveva trovato una tortura particolare - ha confessato un altro giovane -. C’era un punto della stanza - la stanza delle torture - dove passava il sole dall’alto. In questo punto della stanza faceva caldissimo. Ismail mi legava mani e piedi dietro la schiena e mi lasciava per ore e ore sdraiato per terra, finché mi disidratavo e mi orinavo addosso”. Peggio è andata a quattro ragazzi, tutti tra i diciannove e i ventitré anni, ammazzati di botte o strangolati perché i loro genitori non avevano trovato i settemila dollari necessari per il viaggio. 

Tutto per il piacere, per il “mero sadismo”, del seviziatore di profughi, che a Milano c’era arrivato proprio il 23 settembre, “accolto” da un somalo che aveva “soltanto” fatto un favore ad alcuni connazionali che si trovano a Roma e che gli avevano annunciato l’arrivo del ventiduenne. E proprio a Milano, la sua fuga è finita. 

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