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Mercoledì, 1 Dicembre 2021
Cronaca Ortles / Viale Ortles

Prostituzione: solo una ragazza su trenta ha accettato l'aiuto

Dopo gli arresti di 21 sfruttatori a inizio febbraio. Le altre? Si sarebbero messe di nuovo in strada. Un fallimento totale?

Su circa trenta ragazze liberate dagli aguzzini all'inizio di febbraio, costrette alla prostituzione, una sola ha accettato di entrare nei programmi di recupero. Una su trenta: un fallimento in piena regola, se il numero riferito da Andrea Galli sul Corriere è corretto. Perché se da un lato può considerarsi un successo la conclusione di lunghe indagini, durate anni, con l'arresto di ventuno persone di cui sedici rom, dall'altro il "completamento" del successo dovrebbe essere quello di salvare veramente queste ragazze.

Le altre, che fine hanno fatto? Secondo l'ipotesi del commissariato Scalo Romana, sono tornate sulla strada. In poco tempo hanno trovato altri "protettori", magari nella modalità più "soft" che ultimamente ha preso piede a Milano, ovvero un controllo a distanza con riscossione di un corrispettivo per la porzione di marciapiede.

Quali i motivi del rifiuto dell'offerta di aiuto? Non certo il fatto che piaccia quel tipo di vita. A nessuna ragazza piace. E ci mancherebbe altro. Operatori e poliziotti preferiscono parlare di sensazione che il proprio destino sia ormai "quello". Una sensazione difficile da sradicare, perché scolpita con martello e scalpello nell'anima di queste giovani ragazze la cui vita - fino ad ora - è stata peggio dell'inferno. Adolescenze smarrite per sempre, sogni nemmeno il tempo di coltivarli. Notti al freddo, sotto la pioggia nella speranza d'ammalarsi per non "lavorare"; ma non serviva a niente perché le mandavano lo stesso, anche con la febbre, anche incinte, anche subito dopo un aborto.

Sentirsi ineluttabilmente legate a un destino che nessuno - per sé - cercherebbe? Se fosse così, sarebbe un dramma. E una sconfitta per l'intera società, che di fronte a decine (anzi, di fronte a migliaia) di vittime non è in grado di fornire risposte. D'altra parte la vita di queste ragazze va ricostruita da zero, a partire dai bisogni primari: imparare un mestiere, avere un tetto. Più che altro, prender coraggio per affrontare la vita stessa, da sole, avendo vissuto come schiave fin'ora. Con una (forte) paura: quella degli ex sfruttatori. Persone violente, come ha fatto emergere l'inchiesta, che potrebbero non farsi scrupoli di cercarle, anche dopo un anno.

Dunque: un tetto temporaneo, un mestiere da imparare, un periodo di tranquillità e serenità assolute. E' così difficile? Forse è difficile rompere la diffidenza che le ragazze hanno spontaneamente sviluppato in tutti questi anni, ma non dovrebbe essere realmente impossibile.

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