Ragazze sfruttate e costrette a prostituirsi: smantellata una banda di albanesi, 23 arresti

Indagini della Squadra Mobile di Milano, coordinate dalla Procura del Tribunale di Como

Repertorio

Ventitré persone arrestate per sfruttamento aggravato della prostituzione dalla Squadra Mobile di Milano: è il bilancio di una complessa indagine che ha coinvolto le province di Como e di Monza e Brianza, dove sono residenti gli indagati. La Squadra Mobile di Milano giovedì ha dato esecuzione ad una ordinanza applicativa di misure cautelari emessa dal giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Como, su richiesta della Procura della Repubblica, nei confronti di ventidue uomini di nazionalità albanese e una donna di nazionalità romena, residenti nella provincia di Monza Brianza e nella provincia di Como (alcuni di questi titolari di foglio di soggiorno). Alcune delle persone destinatarie del provvedimento coercitivo risultano latitanti. 

Le accuse contro gli sfruttatori

Gli indagati sono accusati di sfruttamento aggravato della prostituzione - esercitata in varie località quali Arosio, Lentate sul Seveso, Bregnano, Cermenate, Figino Serenza, Vertemate con Minoprio, Mariano Comense - nei confronti di oltre venticinque ragazze per lo più di nazionalità albanese, nonché bulgara, moldava, polacca, romena, ungherese. Tre degli indagati sono anche accusati di detenzione di un'arma. Nel corso delle perquisizioni è stato sequestrato l'equivalente di circa 25mila euro.

Le indagini della polizia

In base a quanto emerso dalle indagini, attraverso una capillare attività di intercettazione telefonica e di appostamento e pedinamento svolta dalla squadra Mobile di Milano. Nnessuna delle ragazze sfruttate ha formulato accuse nei confronti delle persone denunciate, ciascun indagato sfruttava il meretricio di una o più ragazze. Due indagati controllavano l'attività di prostituzione pur essendo detenuti rispettivamente presso la Casa Circondariale di Monza e la casa di reclusione di Opera. 

Secondo quanto ricostruito dalla polizia le ragazze venivano controllate a vista durante la loro attività e con continue telefonate ed sms. Gli indagati andavano a riprenderle presso il luogo dove le ragazze si prostituivano per riportarle a casa ed erano sempre loro ad accompagnarle a casa di clienti con cui alcune abitualmente si prostituivano. 

La banda provvedeva alle esigenze delle ragazze durante la prostituzione in strada, le istruiva sull'atteggiamento da tenere per adescare un numero maggiore di clienti, controllando che non si intrattenessero troppo a lungo con questi ultimi, precludendosi ulteriori possibilità di guadagno, i proventi della prostituzione dovevano poi essere corrisposti agli indagati, e pregiudicando, pertanto, i proventi dell'attività. Se le ragazze si allontanavano dalla postazione in cui si prostituivano senza permesso venivano rimproverate con gravi minacce. Se i guadagni erano inferiori alle aspettative veniva rinfacciato loro, sempre minacciandole, scarso impegno. Le ragazze erano costrette a prostituirsi anche quando non stavano bene e spesso nei loro confronti venivano esercitate forme di violenza fisica. Ogni ragazza fruttava dai 200 a 700 euro a notte. E pagavano anche il noleggio del marciapiede sul quale sostavano.

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