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"Non respiro": protesta sotto il consolato Usa per George, ucciso dalla polizia in America

L'onda di proteste per l'afroamericano ucciso a Minneapolis arriva fino a Milano. Le immagini

Un cartone con su scritta quella frase - "I can't breathe", "Non riesco a respirare" - che è diventata quasi il suo "testamento", il suo lascito alle proteste. E poi tanti altri per dire che "senza giustizia non c'è pace", che no, "noi non staremo zitti" e che è arrivato il momento di dire basta agli omicidi delle persone di colore. 

Arriva anche a Milano l'onda lunga delle proteste per la morte di George Floyd, il 45enne afroamericano morto lunedì a Minneapolis, negli Stati Uniti, durante un controllo di polizia. Le forze dell'ordine americane in un primo momento avevano parlato di "un incidente medico" ma sono state ampiamente smentite da video amatoriali che mostrano un agente che tiene a lungo premuto il ginocchio sul collo del ragazzo, che a più riprese ripete "I can't breathe" prima di morire. 

Nel pomeriggio di giovedì i manifestanti, molti dei quali del centro sociale Cantiere, si sono ritrovati sotto il consolato Usa di Milano e hanno espresso tutto il loro disappunto e la loro rabbia. "Ci siamo uniti al grido di lotta e di dolore che sta scuotendo Minneapolis. George Floyd è morto perché il razzismo permea il nostro modo di percepire le cose - hanno spiegato -. Viviamo immersi in un sistema razzista, che divide l'umanità in scale di valori, che definiscono la possibilità di esistere o meno, vivere o morire".

"Il razzismo viene insegnato, tramandato, costantemente costruito. Divulgare messaggi che facciano percepire le persone nere come diverse e pericolose, porta a questo - il loro attacco -.  Colpevolizzare chi reagisce davanti a questa morte ingiusta, porta a questo. Le vite nere valgono. Le nostre vite valgono". 

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