Milano, la resistenza dei due occupanti: da più di 24 ore sul tetto del palazzo (notte inclusa)

Va avanti la protesta di due attivisti di "Galipettes", lo spazio sgomberato martedì a Milano

La foto postata su Facebook dagli stessi ex occupanti

Ancora sul tetto. Da più di 24 ore. Per difendere quello spazio che avevano deciso di occupare e che da adesso è tornato in mano alla proprietà. Prosegue la protesta di due attivisti delle "Galipettes", in francese capriole, il gruppo che lo scorso venerdì aveva preso possesso di uno stabile vuoto al civico 40 di viale dei Mille, in centro città. 

Lo sgombero è arrivato martedì mattina, quando gli agenti in assetto antisommossa si sono presentati alla porta del centro sociale, al cui interno c'erano otto persone. Dopo un tentativo di resistenza passiva, sei dei presenti sono stati allontanati mentre due giovani - come già accaduto nello scorso sfratto dall'asilo di via Verro - sono saliti sul tetto, dove nei giorni scorsi erano già state allestite delle tende. 

Mercoledì mattina, a più di 24 ore dall'inizio del "picchetto" e dopo una notte passata al gelo, i due manifestanti - un 25enne e un 30enne - sono ancora lì e stanno, inevitabilmente, ancora tenendo impegnata la polizia. 

"Ecco perché occupiamo"

Dallo stesso collettivo hanno affidato a Facebook una riflessione sulle loro azioni e sull'intervento degli agenti: "Il mondo che lo Stato e il capitalismo hanno costruito per noi è un mondo ostile. Lo dimostrano la pandemia generata da questo stesso sistema e il modo in cui la gestiscono, ma già prima le nostre città erano luoghi buoni alla produzione, non all’essere abitati. Per questo si occupano le case e gli stabili vuoti e abbandonati, spesso lasciati in questo stato per favorire la speculazione edilizia. La questura ha deciso di sgomberare una nuova occupazione, come già avvenuto qualche settimana fa in via Verro, quando un gruppo di persone ha riaperto un asilo abbandonato per vivere insieme in questo difficile periodo, per farne un luogo di incontro e di autogestione", hanno raccontato.

"La tendenza a Milano, provincia e non solo sembra ormai chiara: luoghi simili non devono esistere, nessuna occupazione può durare più di qualche giorno. Come prima, ma ora ancora con più forza, serve perciò lottare contro uno spazio urbano congegnato solamente in funzione del lavoro, serve per darsi dei saperi necessari alla cura della nostra salute senza essere in balìa dello Stato. Occupare in questo periodo particolare è un modo per cercare di collettivizzare le nostre conoscenze, per affrontare assieme un momento che vede le persone sempre più atomizzate, per abitare una città dai prezzi invivibili che sono sempre inaffrontabili, ma ancor di più in un periodo in cui in tanti e tante sono senza lavoro", hanno proseguito gli attivisti.

"Dal 22 ottobre in Lombardia è in vigore il coprifuoco. Una misura simbolica, a detta dello stesso Fontana. Durante questa pandemia lo Stato è nudo perché per tamponarla dovrebbe interrompere la produzione, ma il sistema capitalista non lo permette; perciò impone misure volte a mostrare in maniera muscolare di avere in mano la situazione, ma la tutela sanitaria è evidentemente in secondo piano - il j'accuse del gruppo -. La necessità di chi governa è instillare nelle persone un senso di paura per cercare di impedire a chi è sfruttato di ribellarsi di fronte a chi, con la scusa del momento di crisi e del siamo tutti sulla stessa barca, chiede sempre più sacrifici. Tuttavia sfruttamento e soprusi non si fermano e così la necessità di scendere in strada, prendersi gli spazi necessari ad incontrarsi e autodeterminarsi".

"Il sistema capitalista che ha prodotto disuguaglianze sociali, cambiamenti climatici e pandemie è lo stesso che per dare un’apparente soluzione propone un ideale di città smart. Nella metropoli di Milano, che vuole nascondersi dietro questa illusione, abitare è una lotta continua, soprattutto per chi non vuole o non può adeguarsi agli standard imposti, ma alla città serve gente da sfruttare. Perseguire l’idea della smart city non vuol dire creare una città all’avanguardia, ma creare uno spazio in cui vengono raccolti dati senza sosta che verranno poi messi a valore e in cui chi è marginalizzato è indecoroso e deve essere buttato fuori dalla città. Noi occupiamo - hanno concluso - perché non vogliamo delegare le scelte sulle nostre vite, sulla nostra salute, sulla possibilità di incontrarci".
 

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