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Mercoledì, 25 Maggio 2022
Cronaca

Telecamere nascoste in bagno e in camera: la studentessa spiata per anni dal proprietario di casa

A processo un 43enne. Vittima una 20enne che viveva in una casa in zona Villapizzone

Spiata in camera sua. Osservata, a sua insaputa, in bagno, sotto la doccia. Violata nella sua privacy, chiaramente senza che lo sapesse, da quell'uomo che le aveva "offerto" ospitalità. Una sorta di sinistro "Grande fratello" di cui è stata vittima una ragazza straniera, oggi 23enne, ex studentessa dell'università Cattolica di Milano, che ha denunciato il suo ex proprietario di casa, un connazionale che oggi ha 43 anni. 

Stando a quanto appreso da MilanoToday, la storia inizia il 22 novembre del 2019 in questura a Milano, quando la donna si presenta davanti ai poliziotti per formalizzare la querela. Da poche ore la giovane - all'epoca 21enne - ha scoperto il segreto del suo "coinquilino", che le aveva subaffittato una stanza in un appartamento in zona Villapizzone. Dopo essere entrata in camera dell'uomo, che le aveva chiesto un aiuto con una traduzione, la studentessa aveva infatti notato che su un monitor collegato al pc erano trasmesse le immagini della sua stanza, praticamente in diretta. Allarmata e spaventata, lei stessa aveva poi controllato il resto dell'abitazione e, con l'aiuto di un amico, aveva trovato un altro "occhio elettronico" in bagno, nascosto sotto un faretto. A quel punto era immediatamente andata via dalla casa - senza che il proprietario le dicesse niente - ed era andata alla polizia, accompagnata dal suo avvocato, il legale Andrea Possenti del Foro di Milano. 

Parlando con gli agenti, la studentessa aveva confessato che il giorno in cui si era trasferita, due anni prima, aveva notato la telecamera nella stanza da letto ma che lui l'aveva rassicurata - e lei gli aveva creduto - dicendole che era un vecchio antifurto utilizzato dai precedenti proprietari, ormai non più in funzione. Quel giorno stesso la polizia aveva poi sequestrato al padrone di casa un computer, 5 hard disk, un cellulare, 9 sim card e 12 chiavette usb, su cui sembra ci fossero immagini abbastanza inequivocabili. 

A luglio del 2020, dopo le indagini del caso, la pm Ilaria Perinu ha disposto la citazione diretta in giudizio nei confronti del 43enne, accusato del reato previsto dall'articolo 615 bis del codice penale, "interferenze illecite nella vita privata", che punisce con una pena da sei mesi a quattro anni di reclusione "chiunque, mediante l'uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata" di altri. Nel suo decreto il magistrato ha messo nero su bianco che l'imputato "si procurava indebitamente video e foto attinenti alla vita intima e privata della persona offesa attraverso delle videocamere poste nella camera da letto e nel bagno dell'immobile". 

Alla prima udienza, che si è tenuta a luglio 2021, il proprietario dell'appartamento ha offerto 2mila euro di risarcimento - rifiutati sia dalla vittima che dal pm - per poi scegliere di richiedere il rito abbreviato, che gli garantirà uno sconto di un terzo della pena. L'ultimo dibattimento del processo si è tenuto la scorsa settimana, mercoledì 16 febbraio, quando però il giudice del tribunale di Milano ha deciso di rinviare la sentenza per chiedere di integrare la prova nominando un Ctu, consulente tecnico d'ufficio, che giurerà il prossimo 3 marzo. 

Al professionista spetterà il compito di verificare se tra il materiale sequestrato all'uomo ci siano effettivamente immagini registrate che ritraggono la studentessa. Una decisione che ha scontentato non poco l'avvocato Possenti, che ha sottolineato che - a prescindere dall'eventuale salvataggio dei file - appare chiaro, come certificato dalla denuncia della vittima, che le telecamere fossero attive tanto in camera, quanto in bagno. L'integrazione della prova, però, potrebbe essere necessaria per accertare se eventualmente il 43enne abbia poi anche diffuso le clip "rubate" alla 23enne, con la sentenza che in quel caso potrebbe essere ancora più pesante. Una sentenza che, comunque vada, servirà anche per scrivere la parola fine su un calvario che la vittima sta vivendo da ormai oltre due anni. Sentendosi, come aveva detto agli agenti il giorno della denuncia, "spaventata e umiliata".
 

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