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Martedì, 23 Aprile 2024
Cronaca

Porto di Mare: da "favela" a fiore all'occhiello per Expo 2015

Catapecchie, prostituzione, famiglie rom in condizioni igienico-sanitarie pessime. Ma presto Milano avrà "indietro" un'area di 3,5 milioni di metri quadri. Ecco come

Dopo lunghi anni di abbandono finalmente lo scorso 31 ottobre è stato siglato l’accordo tra i Comune di Milano e il Consorzio del Canale Milano-Cremona-Po.

La città si riappropria così di un’immensa area verde di quasi 3,5 milioni di metri quadrati che comprende l’ex discarica di Porto di Mare, l’impianto di depurazione di Nosedo e il parco della Vettabia che per molto tempo è stata scenario di diverse attività illecite: sfruttamento minorile, lavorazioni subappaltate a campi rom e villaggi abusivi di extracomunitari, prostituzione, ricettazione.

Il nuovo piano regolatore prevede che entro Expo 2015 si procederà con la realizzazione di housing sociali, con la costruzione di un villaggio dello sport, comprensivo d’impianti di atletica, golf e tennis, e una parte sarà destinata a parco (almeno il 50% della superficie territoriale). La travagliata storia di questa immensa area risale però al lontano 1941.

Porto di mare "rivivrà"

«Il Consorzio del Canale Milano-Cremona-Po era un ente autonomo di diritto pubblico che fu costituito nel 1941 per creare il collegamento tra il Po e Milano - spiega l’avvocatessa Enrica Ghia, che ha predisposto l’accordo per conto del Consorzio e su incarico dell’Ente Liquidatore Ligestra Due srl -. Tramontata l’idea del canale di collegamento negli anni ’70, fu successivamente messo in liquidazione con l'Ente Liquidatore Ligestra Due S.r.L., oggi presieduto dall'Avvocato Riccardo Taddei. Con lui il nostro Studio Legale ha collaborato a partire dal 2011 per promuovere l’acquisizione dell’intera area da parte del Comune di Milano, come previsto dal protocollo che era stato stipulato sin dal 2004, allo scopo di evitare sperequazioni e tutelare le finalità sociali».

Per anni però poco era stato fatto. Come sottolinea la dottoressa Ghia, il comune di Milano aveva acquisito solo alcuni spazi. «Il protocollo era stato di fatto ignorato dalla precedente amministrazione comunale, che aveva acquisito solo alcune piccole aree, lasciando tutto il resto in stato di abbandono. Il trend è stato invertito mettendo in sicurezza l’area, e monitorando la zona con la società di vigilanza privata IVRI, che ha rilevato numerose attività illecite. Il tutto segnalato con denunce alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano. Abbiamo lavorato con la Polizia Locale e con i servizi sociali per i bambini in età scolare. Abbiamo trovato un interlocutore attento e determinato nell’Assessorato all’Urbanistica, Edilizia Privata e Agricoltura, con il quale siamo riusciti a creare una collaborazione che ha portato alla presa in carico di queste aree da parte del Comune nel dicembre 2012, e al definitivo trasferimento delle stesse nell’ottobre 2013».

Finalmente quindi i cittadini milanesi potranno riappropriarsi di un luogo fino ad ora occupato abusivamente e scenario di traffici illeciti. «Nei momenti di maggiore affollamento, i servizi sociali avevano censito oltre 400 famiglie con bambini, che vivevano senza acqua, elettricità e fogne, in caseggiati completamente abusivi - ha continuato Enrica Ghia -. Per smaltire i rifiuti, due volte al giorno venivano accesi grandi falò, con fiamme che si producevano in modo incontrollato causando incendi. La presenza dell’IVRI ha fatto sì che fossero sempre tempestivamente chiamati i vigili del fuoco per contenere i danni. Tuttavia, in una di queste occasioni una giovane ragazza rimase gravemente ustionata e fu ricoverata in ospedale».

I cittadini da tempo si erano attivati per cercare di risolvere questa incresciosa situazione. «Vorrei sottolineare la grande solidarietà dei cittadini della zona, che avevano anche creato anche un Comitato per richiamare l’attenzione delle Istituzioni e ripristinare la legalità - conferma l’avvocatessa Ghia -. Oggi i bambini sono stati accolti nelle scuole della zona e sono monitorati dai servizi sociali. C’è inoltre una parrocchia della zona che è sempre stata molto attiva, portando vestiti e beni di prima necessità».

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