Domenica, 21 Luglio 2024
L'assoluzione definitiva

Morte Rocchelli: ecco perché il soldato ucraino Markiv è stato assolto anche in Cassazione

Per gli Ermellini è giusto che l'Appello abbia dichiarato inammissibili i due testimoni superiori gerarchici di Vitaly Markiv Ma, anche ammettendo quelle testimonianze, resta l'assenza di prove sul coinvolgimento del soldato

La corte d'Appello ha ben argomentato la ragione per cui per cui i due comandanti della guardia nazionale ucraina, sentiti come testimoni in primo grado, avrebbero dovuto essere classificati fin dall'inizio come possibili indagati, quindi con le garanzie del caso. E dunque ha fatto bene a rendere inammissibili le testimonianze. Ma, oltre a questo, le testimonianze rese dai due comandanti della guardia nazionale ucraina non avrebbero in alcun modo scalfito il finale giudizio di merito della corte d'Appello di Milano che, il 3 novembre 2020, assolse Vitaly Markiv, soldato della guardia nazionale, dall'accusa di avere ucciso il fotogiornalista italiano Andrea Rocchelli (morì anche l'attivista russo dei diritti umani Andrej Mironov) a Sloviansk, il 24 maggio 2014.

Markiv dopo assoluzione: "Lezione per tutti gli innocenti"

E' (in estrema sintesi) il motivo per cui la Cassazione, il 9 dicembre 2021, ha definitivamente assolto Markiv, dichiarando inammissibili i ricorsi presentati: quello dei legali di parte civile (i familiari di Rocchelli), della procura generale di Milano e del responsabile civile (lo Stato ucraino). In precedenza Markiv, arrestato a Bologna nel 2017, era stato condannato nel 2019 in primo grado a Pavia a 24 anni di reclusione per omicidio volontario.

La ricostruzione giudiziaria in sintesi

Le motivazioni della sentenza della Cassazione sono state pubblicate il 31 gennaio 2022. La ricostruzione giudiziaria di quanto avvenne in quella fatale giornata vuole che Rocchelli, Mironov e altre tre persone (un tassista, un giovane presente in loco e il fotografo francese William Rougelon, rimasto ferito) si fossero recate in un luogo di Sloviansk, tra la fabbrica di ceramica Zeus, la collina di Karachun e in mezzo una linea ferroviaria dismessa, dove in quel periodo si combatteva aspramente tra l'esercito e la guardia nazionale ucraini (arroccati a difesa della collina e di un'antenna televisiva) e le forze paramilitari terroristiche filorusse, separatiste, dirette dai russi (è cittadino russo il comandante militare di queste forze a Sloviansk, Igor Girkin), che controllavano tutta l'area di Sloviansk.

Il gruppo di cinque persone uscì dal taxi per scattare fotografie e si trovò (disse Mironov in un nastro registrato poco prima di morire) in uno scontro a fuoco. Secondo la ricostruzione giudiziaria i cinque furono dapprima raggiunti da colpi di kalashnikov (vale solo la pena di ricordare il problema della gittata massima di quest'arma, limitata rispetto all'effettiva distanza tra la collina e il punto in cui i cinque si trovavano), poi, mentre erano riparati in un fossato, da colpi di mortaio (è qui che Mironov venne registrato da Rougelon e disse che i mortai stavano arrivando da entrambe le parti) che, stando alle sentenze di primo e secondo grado, sarebbero provenute dalla collina, cioè dall'esercito ucraino. Markiv, della guardia nazionale, aveva il ruolo, con i commilitoni, d'indicare la posizione ai soldati dell'esercito.

Il problema della ricostruzione (e il motivo principale dell'assoluzione in Appello) sta nel fatto che, se si può assumere che Markiv si trovasse quel giorno sulla collina, non si può sapere con precisione se fosse di turno nella fascia oraria (più o meno 16.30-17.30) della morte di Rocchelli e Mironov. E non si può conoscere con esattezza nemmeno la posizione di Markiv. 

Testimonianze inamissibili

Al processo di primo grado erano stati sentiti, come testimoni, alcuni comandanti della guardia nazionale. I giudici pavesi, oltre a condannare Markiv, decisero pure di trasmettere a Roma le informative sul possibile coinvolgimento di quei testimoni nel reato in concorso. La corte d'Appello stabilì però che quelle testimonianze non avrebbero potuto essere acquisite senza le garanzie che il codice prevede per gli imputati o possibili imputati (quindi la presenza di un difensore). Il ricorso della procura generale e dei legali delle parti civili in Cassazione puntava a dimostrare che i due comandanti non si trovavano materialmente a Karachun e quindi non avevano un ruolo di comando diretto su Markiv. Andrej Antonyaschak in particolare si sarebbe recato la prima volta a Karachun soltanto l'8 giugno. Lo stesso dicasi per Mykola Balan. 

Supposizioni smontate dai giudici di Cassazione, secondo cui la sentenza d'Appello ha perfettamente ricostruito la catena di comando della guardia nazionale ucraina, e quindi il ruolo di 'superiore gerarchico' sia di Antonyaschak (coordinatore del primo battaglione di riserva) sia di Balan (comandante della guardia nazionale dal 7 maggio). "Entrambi i testimoni rivestivano ruoli diretti - e rilevanti - di comando nelle operazioni belliche in corso contro i separatisti filorussi nella zona di Sloviansk", scrivono gli Ermellini, già il 24 maggio e anche prima. Dunque andavano sentiti come possibili indagati e non come testimoni.

La decisione della corte di secondo grado di ritenere inutilizzabili - erga omnes, e dunque anche nei confronti del Markiv - le dichiarazioni rese in qualità di testimoni "ordinari" ex art. 198 cod. proc. pen. dall'Antonyaschak e dal Balan risulta perciò coerentemente argomentata con riferimento al ruolo ricoperto dai due soggetti nella catena di comando coinvolta nella vicenda fattuale e alla concreta formulazione delle imputazioni su cui si è svolto il giudizio, che addebitano al Markiv l'omicidio del Rocchelli e il tentato omicidio del Roguelon non già come il frutto di un'iniziativa personale, autonoma ed estemporanea dell'imputato, ma a titolo di compartecipazione materiale al risultato di un'azione di fuoco collettiva, concertata ed attuata, in concorso con gli altri militari responsabili appartenenti alla guardia nazionale e all'esercito regolare ucraini, nel contesto della postazione occupata e in esecuzione degli ordini ricevuti di fare fuoco in direzione di persone sospette e di segnalarne la posizione alle forze di artiglieria individuate come autrici dei colpi mortali. (Cass. Sez. 1 Pen. n. 3347/2022, p. 12)

I comandanti non provano la colpevolezza di Markiv

Ma la Cassazione va oltre e specifica che, se anche si volessero utilizzare le testimonianze dei superiori gerarchici di Markiv, queste non identificherebbero affatto con certezza né la posizione effettiva occupata da Markiv sulla collina, né tantomeno la sua presenza in postazione tra le 16.30 e le 17.30. 

I ricorsi del Procuratore generale e delle parti civili presentano un ulteriore profilo di inammissibilità, nella misura in cui non si confrontano adeguatamente col tema decisivo dell'idoneità delle dichiarazioni dell'Antonyaschak e del Balan, anche nell'ipotesi in cui fossero ritenute utilizzabili, a supportare la prova della responsabilità del Markiv nei termini a lui ascritti.

(..) L'azione causale imputata al Markiv postula dunque la sua presenza fisica sul Carachum il 24 maggio 2014, nell'orario - compreso tra le 16:30 e le 17:30 - in cui si collocano i fatti-reato, appostato sulla collina in una posizione tale da poter rilevare la presenza dei giornalisti, osservarne i movimenti e segnalarli all'artiglieria: è proprio la ritenuta assenza di prova sufficiente sul punto che ha determinato la sentenza assolutoria pronunciata all'esito del giudizio d'appello. Su tale punto circostanziale decisivo le conclusioni della sentenza impugnata non appaiono suscettibili di essere scalfite dai contenuti degli esami resi dall'Antonyaschak e dal Balan, così come riportati dai ricorrenti negli atti di impugnazione, anche qualora fossero ritenuti utilizzabili o ne fosse disposta la rinnovata assunzione nelle forme garantite dell'art. 210 cod. proc. pen.
Dalla lettura dei ricorsi emerge testualmente che i dichiaranti, entrambi non presenti (pacificamente) sul Carachum al momento dei fatti, nulla sono stati in grado di riferire sulla condotta, sulla postazione occupata e sulla stessa presenza in servizio del Markiv nel contesto spaziotemporale dell'azione di fuoco. (Cass. Sez. 1 Pen. n. 3347/2022, p. 13)

Natura congetturale dei ricorsi

In altri termini, sempre con le parole degli Ermellini, le considerazioni contenute nei ricorsi di procura generale e parte civile sono "connotate da un'intrinseca natura congetturale che le rende strutturalmente inidonee a scardinare la tenuta logica della decisione assolutoria", in quanto "sviluppate a partire da un dato privo di obiettiva certezza processuale" sull'effettiva presenza in servizio di Markiv "nel contesto temporale della commissione dei fatti-reato".

Infine, la Cassazione ha ritenuto inammissibile anche la lamentela che, in Appello, i due testimoni non siano stati risentiti come possibili coimputati. Una cosa che, per gli Ermellini, si potrebbe ammettere soltanto dimostrando che la sentenza avrebbe avuto un esito completamente diverso. E non è questo il caso perché, come si è visto, le testimonianze dei superiori di Markiv non hanno, in realtà, aggiunto certezza alla ricostruzione giudiziaria.

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