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Il commercialista, le "teste di legno", i due imprenditori e la maxi truffa da milioni di euro

Maxi sequestro della finanza di Sesto: sigilli a immobili, terreni e soldi per 3 milioni di euro

Un giro intricato di società, vere e finte. Soldi spostati da un punto all'altro con fatture in realtà inventate, svuotando i conti di alcune aziende e riempiendo quelli di altri. Obblighi tributari ignorati e concorrenti battuti slealmente. Un vero e proprio castello di sabbia, crollato all'improvviso, messo in piedi da cinque uomini - due imprenditori, due prestanome e un commercialistia - adesso tutti indagati con l'ipotesi di reato di frode. 

A scoprire il loro trucco è stata la guarda di finanza di Sesto San Giovanni, che martedì mattina ha dato esecuzione a un decreto di sequestro emesso dal Gip del tribunale di Lodi, mettendo i sigilli a immobili, terreni, quote societarie e conti correnti per un valore di circa tre milioni di euro. 

Il lavoro di investigatori e inquirenti - spiegano dalla Gdf in una nota - è partito da due società, "successivamente rilevatesi prive di struttura operativa e formalmente rappresentate da prestanomi", le cosiddette teste di legno, "di cui una operante nel settore del facchinaggio e l’altra nel comparto delle attività di pulizia". Da quelle ditte "cartiere" i soldi venivano poi trasferiti - con prelievi o ricariche di carte di credito intestate a finti dipendenti - sui conti di altre tre ditte, tutte realmente operanti, e due delle quali "riconducibili a coloro che gestivano, di fatto, le due società cartiere". 

Con quei prelievi, mettono nero su bianco i finanzieri, gli indagati trasformavano in denaro "le fatture per operazioni inesistenti emesse" dalle società fantasma nei confronti delle altre tre. Così, negli anni dal 2011 al 2015, le tre aziende "hanno ottenuto un illecito e consistente vantaggio fiscale derivante dalle false fatture ricevute, grazie alle quali indicavano redditi irrisori nelle dichiarazioni annuali". La prima, e più evidente, conseguenza è che le tre aziende degli indagati riuscivano per questo "ad operare sul mercato a prezzi altamente e illegittimamente concorrenziali rispetto" alle società oneste. Almeno fino a quando non è scattata l'indagine delle fiamme gialle. 

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