Turi Mammino e la Maga dei Rolex: confiscati i soldi e le ville, anche quella coi rubinetti d'oro

Confermati in ogni grado di giudizio, i due provvedimenti di confisca sono ora divenuti definitivi, consentendo la restituzione alla collettività di beni di quasi due milioni di euro

La villa della "Maga dei Rolex"

Inammissibilità del ricorso e condanna alle spese: è questa la formula con cui la Corte di Cassazione ha respinto in ultima istanza il tentativo di Salvatore "Turi" Mammino e di Mariapiera Pesce, la "Maga dei Rolex", - noti pregiudicati della scena criminale milanese - di contestare i provvedimenti di confisca adottati nei loro confronti nel 2019, a seguito delle indagini patrimoniali svolte dai poliziotti dalla Divisione anticrimine della questura di Milano.

Confermati in ogni grado di giudizio, i due provvedimenti di confisca sono ora divenuti definitivi, consentendo la restituzione alla collettività di beni del valore complessivo di quasi due milioni di euro, comprensivi di tre ville di rilevanti dimensioni - con le relative pertinenze - di quattro terreni, di beni preziosi, dei saldi di tre diversi conti correnti.

Chi è la "Maga dei Rolex"?

Mariapiera Pesce è nota per aver consumato numerosi furti in diverse gioiellerie del "Quadrilatero della Moda" - per i quali ha guadagnato l'appellativo di "Maga dei Rolex" - sottraendo orologi e monili preziosi del valore di decine di migliaia di euro. Aveva una villa di pregio con rubinetti in oro. E tre conti correnti con circa 50mila euro di attivo.

Fingendosi una cliente con capelli curati, ben vestita e poco appariscente, distraeva gli addetti alla vendita di note gioiellerie facendo credere di avere intenzione di acquistare diversi orologi o gioielli preziosi. Quando il personale mostrava alla donna i monili poi, con una speciale destrezza, sottraeva la refurtiva. 

Il lungo curriculum criminale di Pesce inizia nel 1978, quando la donna, ancora minorenne, riesce a mettere a segno il furto di due pellicce del valore di quasi quattro milioni di vecchie lire. Poi la "maga" passa ai gioielli: nel 2009 viene denunciata per il furto di un astuccio di diamanti per il valore di 50.000 euro e un braccialetto in oro giallo mentre tre anni più tardi finisce nuovamente nei guai per il furto un rotolo contenente braccialetti per il valore di oltre centomila euro. 

Nel 2016 poi la donna mette a segno un furto ai danni di una gioielleria di Milano rubando un Rolex modello Daytona del valore di 20.000,00 euro a cui segue un secondo colpo in cui riesce a impossessarsi di tredici gioielli per un valore di diverse decine di migliaia di euro. Infine l'arresto per il furto di un Patek Philippe, in platino con brillanti e quadrante blu, avvenuto in una nota orologeria di via Montenapoleone.

Chi è "Turi" Mammino?

Salvatore Mammino, conosciuto anche con il soprannome di "Turi", annovera plurimi precedenti per gravi reati tra cui omicidio, lesioni, droga, minacce, incendio doloso, esplosioni pericolose, evasione, estorsione, detenzione e porto abusivo di armi da guerra. L'uomo ha intessuto in passato legami con esponenti criminali di Quarto Oggiaro, partecipando a diverse rapine a mano armata in danno di istituti bancari.

La prima volta che lui ha avuto a che fare con la polizia era un ragazzino poco più che quindicenne ed era finito in cella per furto. Pochi giorni dopo, invece, lui, suo fratello e altri quattro uomini avevano sequestrato una donna nel Milanese e avevano cercato di violentarla, prima di venire arrestati. Nel 1986 a fermarlo ci aveva pensato la polizia svizzera, che lo aveva accusato - sarà poi condannato a venti mesi di carcere - per traffico di stupefacenti. 

Tornato in Italia, "Turi" - già sottoposto alla libertà vigilata - si era poi dato alle rapine a mano armata in banca. Nel giro di pochi mesi, con complici diversi, era riuscito a svaligiare diversi istituti di credito in provincia presentandosi sempre armato fino ai denti. Quelle stesse armi che le forze dell'ordine gli avevano trovato durante un normale controllo in auto, poco dopo che era uscito dal carcere. Nella sua macchina, come se fosse pronto a partire per la guerra, i poliziotti avevano scoperto kalashnikov, fucili a pompa, mitragliette Beretta e relativi proiettili e cartucce.  

A fine '90, poi, la sua "carriera" aveva fatto un salto, anche grazie alle amicizie "importanti". Il nome di "Turi", infatti, nel corso degli anni si è avvicinato spesso a quello di Biagio Crisafulli - il "Dentino" esponente di spicco della malavita di Quarto Oggiaro - e a quello di Renato Vallanzasca, cognato del fratello di Mammino, quell'Antonino condannato per omicidio e morto in cella a Volterra nel settembre 2016. 

Ed è proprio per la sua "vicinanza" con Quarto che a giugno del 98 il cinquantasettenne era finito in cella perché - secondo le indagini - coinvolto in una serie di omicidi. In particolare, avevano ricostruito gli investigatori all'epoca, "Turi" avrebbe indicato al killer materiale chi era Giuseppe Stasi, l'uomo ucciso il 18 gennaio del '91 fuori da un bar a Rho nell'ambito di una faida tra clan rivali. Per quella presunta partecipazione alla spedizione, Mammino era stato condannato all'ergastolo in primo grado, ma alla fine era stato assolto in Appello. 

Così, nel 2005, dopo essere tornato libero, il bandito aveva deciso di colpire ancora e di allargare la mappa delle sue "conquiste", tanto da spingersi fino in Germania per rapinare una banca. Arrestato poco dopo, era stato condannato a sei anni di reclusione prima di essere scarcerato nel 2010 e rimandato in Italia. Anche in Patria, però, la sua vita da uomo libero era durata poco. Soltanto due anni dopo, infatti, era entrato in un'inchiesta della Squadra Mobile di Torino ed era finito in manette per traffico internazionale di stupefacenti dopo essere stato scoperto con cinque chili di cocaina appena arrivati dal Brasile. 

Dopo aver scontato una parte dei quattro anni e 10 mesi di condanna - l'ennesima di una lista infinita -, nel 2016 era finito di nuovo nelle maglie della giustizia. A bloccarlo, questa volta, ci avevano pensato i carabinieri di Garbagnate, che lo avevano accusato di estorsione - insieme a sua moglie e alla figlia più grande - per aver costretto il proprietario di una società di servizi a cedergli gratuitamente la ditta. Il suo ultimo colpo di testa, per ora, gli è costato una condanna fino al 2024.

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