Dirigente Uber minacciata e insultata: 14 tassisti di Milano a rischio processo

La procura ha chiesto il rinvio a giudizio per 14 tassisti per la "campagna" anti Uber

Minacce, insulti - neanche troppo velati -, aggressioni. E una vittima costretta a cambiare le sue abitudine per paura. La procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per 14 tassisti accusati di atti persecutori e diffamazione nei confronti della general manager di Uber Technologies per l’Italia, finita a luglio del 2015 nel mirino dei conducenti delle auto bianche dopo l’approdo in Italia della piattaforma Uber che aveva suscitato durissime proteste da parte degli autisti. 

Nell'indagine, coordinata dai pm Luca Gaglio e Antonia Pavan, sono stati raccolti una serie di episodi - abbastanza "pesanti" - che incastrerebbero i tassisti, sulla cui richiesta di processo dovrà ora esprimersi il Gip Tommaso Perna. Lunedì si è tenuta l'udienza preliminare, che però è stata rinviata al 13 aprile. 

I magistrati parlano senza troppi giri di parole di “clima di intimidazione” tale da “cagionare - nella vittima - un perdurante stato di ansia e paura, da ingenerare un fondato timore per la propria incolumità” e perciò “costringerla a mutare le proprie abitudini di vita”. 

Nel capo di imputazione non si fa soltanto riferimento alla serie di “aggressioni fisiche e verbali” che sarebbero state commesse contro la manager ma anche ai vari “striscioni” comparsi nelle strade di Milano nella fase più dura della protesta. Tra i casi più eclatanti, quello del cartellone in cui la manager veniva definita “una putt…” che “riceve in con tanto di indirizzo e per Maran gratis” con un evidente riferimento all’assessore del Comune di Milano, che all’epoca aveva le deleghe su trasporti e mobilità. 

Nei documenti si parla anche del fantoccio ‘impiccato’ con una corda al collo a dei cavi elettrici con le foto dell'assessore e della manager. Ma nella primavera 2015, sempre stando al capo di imputazione, sui muri di Milano erano comparsi molti altri manifesti con minacce di morte e l’immagine della dirigente Uber accompagnata da varie ingiurie, come “I love rubare” e “Spaccio illegalità e evado tasse”. 

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