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Cronaca

Quando l'inferno è fuori. "Io, sposata in carcere, non vivo più"

La storia di Tatiana, sposatasi nel carcere di Bollate e ora in semilibertà: "Tre figlie, niente casa, nessun lavoro nè aiuto. Ho scritto a Castellano e Pisapia. Questo sistema non funziona"

Quella di Tatiana è una della tante storie di ex carcerati che non riescono a rifarsi una vita dopo le sbarre perchè non gliene viene data la possibilità. Lei, dalla cella, era già entrata nelle pagine della cronaca milanese, quando nello scorso dicembre si era sposata nel penitenziario di Bollate. Quel matrimonio ("il giorno più bello della mia vita, nonostante il contesto era tutto perfetto") fu celebrato da Lucia Castellano, ex direttrice del carcere e ora assessore alla casa e al demanio.

La favola dell'amore dietro le sbarre si è trasformata in un incubo per Tatiana, che ha raccontato a Milanotoday la sua vicenda. Condannata per spaccio di droga, ha 32 anni, tre figlie a carico, un marito in carcere, pochissimi soldi, nessuna casa e possibilità di trovare impiego quasi a zero: "Dopo qualche mese dal matrimonio ho ottenuto la cosiddetta "sfolla carceri" - gli ultimi 12 mesi di pena ai domiciliari - alla quale sono sempre stata contraria perchè sapevo mi sarei ritrovata in questa situazione".

"Ora sono ospite da un amico di famiglia, impossibilitata a trovare lavoro perchè questa legge non concede più di due ore al giorno di permesso e non dà un aiuto economico. Vedo poco le mie figlie, sono psicologicamente a terra, sola e senza diritto a una casa popolare. Ho chiesto aiuto alla Castellano, ho scritto a Pisapia, ma non ho avuto risposta", racconta la donna che entro il 10 agosto dovrà lasciare l'appartamento dove si trova.

"Devo trovare un lavoro che faccia stare tranquillo il tribunale di sorveglianza, mentre gli unici che mi sono stati proposti sono in nero. Ma ho due ore al giorno di libertà per trovarlo, e senza di esso non posso avere la casa. Intanto ho tre figlie e mi devo nutrire e non ho possibilità di recuperare la mia vita".

Tatiana racconta il suo dramma personale senza dimenticare il problema generale: "Ora tutti si lamentano della recidiva - spiega - ma io mi chiedo uno come fa a campare se una volta fuori da lì, dopo aver fatto un percorso riabilitativo, ci sono persone che ti puntano ancora il dito contro? Come faccio a credere in quello che ho fatto per recuperare se chi me lo ha imposto non ci crede a priori? Questa sono io e questa è l'Italia".

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