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Martedì, 16 Aprile 2024
Cronaca

Il "Grande fratello" milanese: la storia del proprietario di casa (poi assolto) che spiava le sue inquiline

Il 43enne è stato assolto per insufficienza di prove. Tra i file sequestrati non sono state trovate immagini della ragazza che lo aveva denunciato, ma foto e video di altre donne

Nessuna prova regina. Nessuna immagine inequivocabile della ragazza. Un sospetto fortissimo, ma nessuna certezza. È stato assolto il 43enne, cittadino cinese, che era finito a processo con l'ipotesi di reato di "interferenze illecite nella vita privata" perché accusato di aver spiato una sua connazionale 23enne, una ex studentessa della Cattolica di Milano a cui aveva subaffittato una stanza nel suo appartamento in zona Villapizzone. 

Le telecamere e il materiale sequestrato 

Secondo quanto aveva ricostruito MilanoToday dagli atti, la storia era iniziata il 22 novembre del 2019, quando la giovane si era presentata davanti ai poliziotti in questura per formalizzare la querela. Da poche ore la giovane - all'epoca 21enne - aveva scoperto il segreto del suo "coinquilino". Dopo essere entrata in camera dell'uomo, che le aveva chiesto un aiuto con una traduzione, la studentessa aveva infatti notato che su un monitor collegato al pc erano trasmesse le immagini della sua stanza, praticamente in diretta. Allarmata e spaventata, lei stessa aveva poi controllato il resto dell'abitazione e, con l'aiuto di un amico, aveva scovato un altro "occhio elettronico" in bagno, nascosto sotto un faretto. 

A quel punto era immediatamente andata via dalla casa - senza che il proprietario le dicesse niente - ed era andata alla polizia, accompagnata dal suo avvocato, il legale Andrea Possenti del Foro di Milano. Parlando con gli agenti, la studentessa aveva confessato che il giorno in cui si era trasferita, due anni prima, aveva già notato la telecamera nella stanza da letto ma che lui l'aveva rassicurata - e lei gli aveva creduto - dicendole che era un vecchio antifurto utilizzato dai precedenti proprietari, ormai non più in funzione. Quel giorno stesso la polizia aveva poi sequestrato al padrone di casa un computer, 5 hard disk, un cellulare, 9 sim card e 12 chiavette usb. 

A luglio del 2020, dopo le indagini del caso, il pubblico ministero Ilaria Perinu aveva disposto la citazione diretta in giudizio nei confronti del 43enne, con la prima udienza che si era tenuta a luglio 2021, quando l'imputato aveva offerto mille euro di risarcimento - rifiutati sia dalla vittima che dal pm - per poi scegliere di richiedere il rito abbreviato. Nell'udienza del 16 febbraio successivo la prima svolta, con la giudice Fabrizia Pironti Di Campagna che aveva deciso di rinviare la sentenza per chiedere di integrare la prova nominando un Ctu, consulente tecnico d'ufficio, dandogli il compito di analizzare tutto il materiale trovato a casa dell'uomo. 

Le foto (di altre) e l'assoluzione

E adesso la sentenza è arrivata. Martedì, infatti, nell'ultima udienza, il 43enne è stato assolto per insufficienza di prove, nonostante la richiesta di condanna della procura. E decisiva è stata proprio la relazione del consulente del tribunale, un ingegnere delle telecomunicazioni professore in un'università romana. 

L'esperto ha messo nero su bianco che "a conclusione della fase di analisi dei dispositivi sequestrati è possibile affermare che non sono presenti immagini o videoriprese registrate nell'abitazione dell'imputato riguardanti" la 23enne che lo aveva denunciato. Però, c'è un però. Perché è lo stesso Ctu a certificare che "si vuole comunque sottolineare che sono stati individuati numerosi elementi registrati da telecamere presumibilmente nascoste, posizionate anche in luoghi sensibili, come ad esempio in bagno". E ancora: "Le persone riprese pare non siano a conoscenza di tali dispositivi". 

Negli hard disk e nelle chiavette sequestrate al 43enne, sempre secondo quanto è possibile leggere nelle oltre 50 pagine della perizia, sono infatti stati scoperti migliaia di quelli che tecnicamente vengono definiti "elementi di interesse". Nello specifico: "Sono state individuate immagini raffiguranti soggetti in diverse stanze di abitazioni ignote, ovvero in un bagno, nella sala di ingresso e in un soggiorno. Dall'analisi si presume - evidenzia il consulente - che i soggetti ripresi non fossero a conoscenze della presenza di apparecchi di videoregistrazione".

E sul cellulare dell'uomo il Ctu ha cristallizzato, racchiuse in una cartella rinominata "sotfware monitoraggio", ben 48 applicazioni "specifiche per monitoraggio e videosorveglianza attraverso webcam", tutti con "software che permettono una visione live, in diretta delle zone riprese dalle telecamere e la possibilità di scattare immagini o registrare video direttamente dallo smartphone".

I pezzi mancanti 

In tutte le immagini, però, non c'era traccia della studentessa, motivo per cui il giudice ha assolto il proprietario di casa, difeso dall'avvocato Christian Bentivegna, che ha sempre giurato la sua innocenza considerando infamanti le ricostruzioni offerte dalla presunta vittima. Ma anche su questo aspetto - sull'assenza di foto o video che ritraggono la ragazza che ha denunciato il 43enne - il consulente nominato dal giudice getta qualche ombra. 

Il computer sul quale la giovane aveva visto la "diretta" della sua stanza, infatti, pare sia stato consegnato alla polizia con qualche pezzo mancante. Nell'evidenza 29, quella proprio sul notebook Shinelon, l'esperto rimarca che "è possibile presupporre" che l'imputato "prima di consegnare il notebook alla parte offesa, abbia rimosso tutti i supporti di memoria contenenti dati al fine evitare l'individuazione dei dati salvati all'interno del Pc". E infatti il computer - sempre stando alla perizia - era "privo della copertura di plastica del fondo, al fine di agevolare una rapida rimozione dei componenti di memoria". Ma quali erano i pezzi mancanti? 

"Da un'attenta analisi - prosegue la relazione - si è riscontrata l'assenza dei seguenti elementi: "Hard disk meccanico, utilizzato come supporto dati ed eventualmente per il salvataggio del sistema operativo", "hard disk Ssd, anch'esso generalmente utilizzato per l'avvio del sistema operativo e come contenitore di eventuali dati del proprietario", la "memoria Ram, componente volatile utilizzata per caricare i programmi che la Cpe deve eseguire" e la "scheda di rete, interfaccia digitale costituita da una scheda elettronica, che svolge tutte le funzionalità logiche di elaborazione necessarie a consentire la connessione del dispositivo ad una rete informatica e la conseguente trasmissione e ricezione di dati". Cosa ci fosse in quegli "elementi" con ogni probabilità resterà un mistero.

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