Cronaca

Così si fanno i soldi con l'immondizia: presa la "cricca dei rifiuti", nove persone in manette

Scoperta un'associazione a delinquere. Sequestrati beni per due milioni di euro. La storia

La discarica in via Campazzino

Avevano reso l'immondizia una fonte di guadagno. Avevano trasformato capannoni e parte di un parco nella loro personalissima discarica. Avevano venduto ad altri materiali potenzialmente pericolosi pur di aumentare quanto più possibile il profitto. E di profitto, in effetti, ne avevano fatto tanto: oltre due milioni di euro in due anni, stando alle stime degli investigatori che a lungo hanno indagato su di loro e che proprio durante i controlli hanno acquisito la certezza - parole del colonnello Andrea Fiorini - che "tutti loro fossero consapevoli che stavano svolgendo attività completamente illegali". 

Nove persone - si tratta di imprenditori italiani, tutti incensurati - sono state arrestate giovedì mattina dai carabinieri forestali di Milano e Pavia con le accuse, a vario titolo, di associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti, alla creazione di discariche abusive, alla frode in commercio e al falso nelle pubbliche registrazioni. Oltre ai nove - di cui sette in carcere e due ai domiciliari - sono state indagate a piede libero altre dodici persone, sono stati messi i sigilli a nove impianti di Milano e provincia - di qui quattro a norma - e sono stati sequestrati due milioni e centomila euro. 

L'incendio e l'inizio delle indagini

L'indagine dei carabinieri è iniziata nel 2016 da Voghera, dove i militari avevano sequestrato due capannoni, di cui uno abusivo, pieni di materiali da buttare. Ad attirare l'attenzione dei Forestali - guidati dal comandante Giovanni Gianvincenzo - era stata la quantità di carta da parati stoccata, un tipo di rifiuto difficile da trattare e anche decisamente costoso da smaltire. Indagando su trasportatori e uomini in qualche modo collegati alle due discariche, gli uomini dell'Arma avevano ipotizzato l'esistenza di un vero e proprio traffico illecito di rifiuti, che aveva trovato una seconda conferma pochi mesi dopo, quando a Melegnano un incendio aveva devastato un altro deposito, anche quello pieno zeppo di carta da parati.  

Da lì, con pedinamenti, intercettazioni e appostamenti, gli investigatori hanno pian piano ricostruito il puzzle e sono riusciti a mettere ogni tessera al proprio posto, arrivando a siti di stoccaggio e discariche abusive di Milano - tra via Campazzino e via Ripamonti -, Melegnano - proprio quella interessata dal rogo -, Cornaredo, Cuggiono e Trezzano sul Naviglio, dove a finire in manette è stato l'amministratore della Rimaflow, la fabbrica diventata famosa nel 2013 perché salvata dal fallimento dai suoi stessi operai

Proprio la Rimaflow, però, ha già respinto tutte le accuse parlando, in una nota, di "un ingiusto arresto" del presidente della coop e di "documenti regolari" forniti da ditte "che figurano tra quelle indagati" ma con le quali "non abbiamo nulla a che fare. La nostra unica illegalità - hanno fatto sapere da quella passata alla storia come la fabbrica recuperata - è quella di essere ancora in attesa di un titolo di utilizzo del sito da quando quasi sei anni fa la Maflow ha chiuso licenziando 330 persone e abbandonando la fabbrica. I lavoratori di RiMaflow - si conclude la nota - non c’entrano con lo smaltimento illecito di rifiuti per cui sono implicati altri soggetti"

Video | Traffico illecito di rifiuti: ecco le discariche abusive

I rifiuti e il Pvc falso venduto

Il modus operandi della "cricca dei rifiuti", hanno accertato i carabinieri, sarebbe stato sempre lo stesso: uno degli impianti regolari si occupava del ritiro dei rifiuti da smaltire - intascando i soldi dalla società committente - quindi quegli stessi rifiuti, quasi esclusivamente carta da parati, venivano portati nei capannoni abusivi per un trattamento "particolare". Nelle discariche improvvisate, infatti, dalla carta veniva estratto Pvc grezzo - in realtà falso e pericoloso - poi rivenduto a prezzi tre volti più bassi di quelli di mercato in tutta Italia, in Messico e in Turchia ad aziende specializzate nella produzione di oggetti in gomma, tra cui suole di scarpe e stivali. 

Gli "avanzi" venivano a loro volta compattati e nascosti in balle di carte da macero, che venivano infine spedite ad altre società - queste estranee e legali - che avrebbero dovuto lavorarle per il riciclo e che in più di un'occasione hanno avuto guasti agli impianti proprio per i rifiuti della banda. Il resto veniva invece smaltito in una vera e propria discarica a cielo aperto trovata in via Campazzino - pieno parco Agricolo sud Milano -, su cui sono ora in corso gli accertamenti dei militari per valutare il livello di inquinamento dell'area. 

La pistola e un giro da due milioni di euro

A completare il giro, stando a quanto ricostruito dalle indagini, erano alcune società di trasporti compiacenti - undici mezzi sono stati sequestrati - che accettavano di spostare i rifiuti abusivamente in cambio di denaro.

E se c'era bisogno di usare le maniere forti, la "cricca" non si faceva particolari problemi. In un'occasione, ricordata dai carabinieri, uno degli arrestati aveva mostrato ai suoi dipendenti una pistola sistemata nella cintola dei pantaloni per spiegare loro che "se continuate così, vedete che succede". L'unica colpa degli operai- hanno chiarito i militari - era stata aver chiesto gli stipendi arretrati. 

Di soldi intanto la banda ne faceva eccome, tanto che nei due anni dell'indagine i nove avrebbero messo in piedi un giro da oltre due milioni di euro: tutto denaro ora sequestrato, così come le aziende coinvolte, che saranno guidate da un curatore.

La parola fine, però, potrebbe non essere ancora stata scritta. "Durante le perquisizioni - ha spiegato lo stesso colonnello Fiorini, comandante dei carabinieri forestali di Milano - sono state scoperte attività ancora più gravi". Ancora soldi e ancora rifiuti. 

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