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Utero in affitto in Ucraina: assolta coppia di milanesi

Erano accusati di alterazione di stato, ma il tribunale di Milano li ha assolti

Assolta una coppia di Milano che era ricorsa alla fecondazione eterologa (il cosiddetto "utero in affitto") per avere un figlio, in Ucraina. La sentenza, pubblicata dal sito "Diritto penale contemporaneo", non è un'assoluta novità in Italia ma la giurisprudenza, sull'argomento, non è ancora univoca.

I fatti risalgono al 2010, quando la coppia decide di affrontare il viaggio in Ucraina rivolgendosi (a caro prezzo) a una clinica privata specializzata. Viene formato in vitro un embrione con il patrimonio genetico proveniente dall'uomo e da una donna ucraina ovodonatrice. L'embrione è impiantato nell'utero di un'altra donna ucraina che porta a termine la gravidanza. Al nono mese la coppia si reca a Kiev e assiste al parto. La madre surrogata indica come genitori i due milanesi.

A quel punto, l'anagrafe di Kiev compila l'atto di nascita indicando i due milanesi come padre e madre. L'atto viene tradotto, appostillato e presentato in ambasciata per la trascrizione in Italia. Ma al funzionario (che chiede loro conto del viaggio in Ucraina al nono mese di gravidanza) la donna risponde (mentendo) di avere potuto affrontare il viaggio perché lo stato interessante non era visibile o problematico.

I funzionari dell'ambasciata trasmettono però l'informazione in procura e viene aperta un'indagine, anche se l'atto di nascita viene comunque registrato. La procura ipotizza il reato di "alterazione di stato nella formazione dell'atto di nascita" e i coniugi vengono rinviati a giudizio. Sono difesi dagli avvocati Luigi Isolabella (entrambi), Nicola Pietrantoni (lei) e Umberto Ambrosoli (lui).

Infine l'assoluzione, perché - secondo i giudici - l'alterazione di stato non si è in pratica verificata. L'atto di nascita infatti è stato formato rispettando le leggi del luogo di nascita del bimbo, cioè l'Ucraina, dove in caso di procreazione assistita è addirittura obbligatorio indicare, come madre del bimbo, la madre "sociale". Il falso è stato commesso dopo, nella dichiarazione che la donna era incinta (e invece non era vero). E non inficia la correttezza di tutta la procedura.

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