Giovedì, 28 Ottobre 2021
Cultura

Andrea Pinketts, milanese di nascita e nell'anima: il suo rapporto indissolubile con la città

Lo scrittore con "base" a Le Trottoir scomparso a 57 anni

«Una città è fatta anche delle parole scritte per raccontarla. Le frasi di Andrea Pinketts (al secolo Andrea Giovanni Pinchetti), scomparso giovedì 20 febbraio, sono ritmo e cadenza di Milano, e lo saranno sempre». La visione che Filippo Del Corno, assessore alla cultura del Comune di Milano, ha affidato alla sua pagina Facebook nel giorno della scomparsa di Pinketts, a 57 anni per un tumore, mentre era ricoverato al Niguarda, è reale e lo è ancor più per un autore che meneghino lo era di nascita e nell'anima, tanto da creare con la città un rapporto indissolubile.

Milano è una città letteraria almeno dai tempi del cronista Bonvesin De La Riva, e delle sue lodi alla grandezza della città (scritte nel 1288), ma come ogni metropoli ha i suoi lati noir e Pinketts, senz'ombra di dubbio, ha saputo prima coglierli e poi narrarli con dissacrante lucidità, non venendo mai meno al rapporto di reciproco scambio con il contesto urbano in cui si muovevano le sue storie.

La dottoressa B ha trasferito il suo studio dal centro in via Mac Mahon. Il centro è più bello, come le sue commesse. Quando sono depresso prendo un appuntamento. Dopo un'ora di seduta esco nuovamente sereno. Esiste però un percorso perverso. Per raggiungere via Mac Mahon devo prendere la 90, l'autobus più deprimente della città. Facce tristi come una circonvallazione. Arrivo dalla dottoressa col morale a terra, lei mi rinfranca. Esco giubilante ed eccola lì, la maledizione; devo riprendere l'autobus in senso opposto. Torno a casa che sono uno straccio (Io, non io, neanche lui, 1996)

Non è difficile vedere la Madonna a Milano, Basta recarsi in piazza del Duomo, schivare qualche piccione, evitare di calpestare le madonne da marciapiede di madonnari, alzare gli occhi al cielo ed eccola. Madonna che impressione! E' tutta verniciata d'oro. Più che la mamma di Gesù in fuga da Erode, sembra una Bond girl che non è riuscita a sfuggire a Goldfinger (Il conto dell'ultima cena, 1998)

Da giornalista coraggioso e intelligente, che ha scoperchiato con le sue inchieste casi giudiziari come quello dei Bambini di Satana o di Luigi Chiatti, si è consolidato come narratore di una città che lui stesso amava vivere appieno, non nascondendosi affatto dietro la scrivania dello studio ma scendendo a contatto con i suoi abitanti.

La Stazione Centrale di Milano sembrava una grande bocca aperta di un animale morto. Una carogna. Una carcassa abitata, mantenuta viva dalla frenetica attività di parassiti, mosche, sciacalli, taxi gialli, passeggiatrici, barboni, venditori di piatti di plastica adornati da inspiegabili conchiglie con al centro la scritta "A Milano andai, a te pensai, e questo ricordo ti portai" (Il vizio dell'agnello, 1994)

Lo faceva, per esempio, scrivendo ai tavolini di Le Trottoir, il locale di corso Garibaldi che quasi era diventato casa - e in cui ha fondato una sorta di club, "la scuola dei duri", un gruppo di giallisti milanesi che si riunivano in quello che era diventato, anche grazie a lui, un bar letterario in piena regola. Chiuso il locale di Garibaldi, Pinketts gli è rimasto fedele quand'ha riaperto alla Darsena, in uno spazio ben diverso, ma con la stessa atmosfera romantica di un tempo. «Eravamo la sua famiglia», scrivono ora i gestori in un post su Facebook, e quant'è vero.

Se dal punto di vista strettamente letterario non si possono trovare molte similitudini, questo lo accomunava ad un'altra grandiosa figlia di Milano, Alda Merini. Anche lei appassionata della città, anche lei intellettuale che scende, lo abbiamo detto, e si mescola agli abitanti, al rumore, alla folla, al vino e ai caffè, al tabacco che si confonde con la nebbia per la strada. Pensando a Pinketts, come alla Merini, non può non venire subito in mente l'idea di un legame assai stretto con la realtà narrata. E se Pinketts era un vero autore milanese, Milano - come dice Del Corno - si ritrova nelle parole scritte da Pinketts. La "Mappa letteraria" ideata dall'associazione Quarto Paesaggio ne è testimone attenta.

L'Hotel Principe di Savoia è un hotel di facciata. [...] E' di facciata perché si protende imponente sul verde dei giardini di Piazza della Repubblica, Gulliver gigantesco e curioso che si affaccia sui lillipuziani eleganti e disperati in cerca di un taxi chiamato desiderio (L'assenza dell'assenzio, 1999)

Avevo girovagato in un giro vago come i suoi occhi che pugnalavano Via Giambellino, diventandone il succo. Qualcosa tra il vino rosso, l'aranciata amara e il bianco spruzzato di sangue. Niente da fare. I ricordi, le macerie dei ricordi che avevano seppellito vittime, lo insultavano, continuavano a insultarlo. Erano pesci morti nella grande piscina di case signorili che negli ultimi vent'anni e sei mesi avevano trasformato il Giambellino, quartiere periferico e malfamato, in una sorta di dépendance del centro arterioso di Milano (Fuggevole turchese, 2001)

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