Martedì, 15 Giugno 2021
Cultura

"Debito di ossigeno": storie di famiglie paradigma della crisi

"Debito di ossigeno" è la nuova opera di Giovanni Calamari, professione regista. La storia di due famiglie colpite dalla perdita del lavoro in tarda età e dalla precarietà. Un viaggio nella crisi economica e nei suoi effetti, per rendersi conto di com'è il paese reale

Debito di ossigeno” è il nuovo lavoro di Giovanni Calamari, regista di documentari adottato da Milano. La sua ultima fatica segue due modelli di famiglia italiana, sconvolte dalla precarietà e dalla perdita repentina del lavoro in tarda età.  Daniele, Sabrina e il piccolo Fabrizio sono una famiglia torinese in cui entrambi i genitori perdono il lavoro.
Fulvia e Alekos invece sono una mamma single milanese precaria e suo figlio, anche loro alle prese con mille difficoltà economiche.

Un documentario sulla precarietà sociale, sulla perdita del lavoro intorno ai 40 anni. Come mai la scelta di questo tema per il tuo documentario? Come è nato soprattutto questo lavoro?


L’idea del documentario nasce da due esigenze: la prima riguarda il tentativo di esorcizzare la mia paura di restare senza lavoro. Ho scelto una professione difficile e incerta, che da molta libertà ma costringe sempre a cercarsi occasioni di lavoro.

Accanto al privilegio di fare il regista c’e’ anche il suo rovescio: permettersi di raccontare una storia significa lavorare ad un progetto per mesi non producendo denaro, quindi per fare questo mestiere o sei ricco oppure devi imparare a gestire adeguatamente il tuo tempo/lavoro/finanze.
La seconda esigenza nasce dal desiderio di raccontare la nostra epoca attraverso l’osservazione e l’interpretazione di un fenomeno come quello della perdita della sicurezza sociale.

Dalla tua esperienza e ricerca per il documentario, questo fenomeno del precariato sociale e della perdita del lavoro in età avanzata, è un problema diffuso?


Assolutamente si! Non solo, esiste una sorta di censura, nessun media denuncia questa drammatica condizione sociale e le pochissime iniziative a riguardo sono opera di associazioni di lavoratori over 40 che si battono per sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni.

Durante la mia ricerca ho conosciuto persone tra i 40 ed i 50 anni che vivono il dramma della disoccupazione, troppo “vecchi” per il mondo del lavoro, con troppo know-how, che si sottopongono ad umilianti colloqui in agenzie interinali con i selezionatori solitamente molto più giovani di loro.
 
Sabrina, una delle protagoniste del tuo film, dice ad un certo punto: “Nessuno ha il diritto di demolire i miei sogni. Rivoglio la mia vita com’era, perché me la sono sudata”. Che tipo di effetto ha sulle dinamiche familiari e sulla persona la perdita repentina del lavoro e il crollo delle certezze legate al reddito?

E’ un effetto domino. Se sei sempre stato abituato al posto fisso ed improvvisamente ti ritrovi senza lavoro lo shock è violentissimo; poi dipende molto dalla tua resistenza psicologica.

Ricerche sociologiche dicono che se non ritrovi lavoro entro sei mesi entri nella zona a rischio depressione con conseguenze negative all’interno del tuo nucleo familiare. Per un uomo perdere il lavoro è assai difficile da accettare sia per la propria autostima, sia per il ruolo nella società e nella propria famiglia: l’idea di capofamiglia inconsciamente radicata, si frantuma, il conto bancario si prosciuga rapidamente, è difficile accettare di mutare il proprio status sociale, e spesso si producono conflitti e separazioni.

Come hai trovato i protagonisti delle tue due storie? Com’è stato sentire i loro racconti?


Fin da subito volevo trovare due modelli familiari nei quali ci si potesse identificare; il primo modello, una famiglia italiana del ceto medio con un lavoro certo, una casa, un mutuo e un figlio da crescere: Daniele, Sabrina e il loro piccolo Fabrizio .
Il secondo modello doveva essere un po’ più atipico ma diffuso: una ragazza madre di buona cultura con un lavoro precario e un figlio tra i 6 e i 10 anni da mantenere: Fulvia e suo figlio Alekos.

Per trovarli ho impiegato quattro mesi durante i quali ho incontrato molte altre realtà spesso ancor più gravi. Quello che cercavo non erano situazioni disperate bensì normali, volevo raccontare storie di persone che non avevano un’abitudine quotidiana alla povertà ma che improvvisamente la vedevano al di là di una linea e la paura di diventare povero ti arriva quando perdi il lavoro.

Un documentario realizzato in collaborazione con la Provincia di Milano, che tipo di sensibilità ha mostrato la pubblica amministrazione nei confronti del tuo progetto, ma soprattutto del tema trattato?


Va detto subito che con l’istituzione del Bando cinema, un fondo di ben 500mila euro, la Provincia ha dimostrato di avere un’eccezionale sensibilità nei confronti del genere documentario. In questo modo è stato possibile finanziare 13 progetti documentaristici eterogenei realizzati da altrettanti autori e case di produzione milanesi.

In un paese dove il documentario fatica ad esistere, va lodata una simile iniziativa a prescindere da qualunque appartenenza politica. Fare documentari significa contribuire alla creazione di una memoria culturale e collettiva di un Paese e se le istituzioni nazionali prendessero esempio dalle Provincie anziché pensare di abolirle, fornirebbero un degno contributo alla cultura così come accade nel resto d’Europa.

Milano, in base alla tua esperienza personale, che tipo di città è? Una città che aiuta i suoi cittadini in difficoltà o una città disinteressata al malessere sociale?

Milano è senza dubbio una città solidale, credo però che ancora una volta le istituzioni governative tendano a delegare l’aiuto sociale all’esterno. Penso a Caritas Ambrosiana che con le sue associazioni ha una rete molto attiva ed efficace nel fornire aiuto a persone in difficoltà lavorative, abitative ed economiche.

Il tuo documentario ha ambizioni festivaliere? Pensi che ci siano possibilità per un lavoro di questo genere di arrivare ad un pubblico più vasto?


Credo che il tema affrontato e il modo cinematografico di raccontare possano ambire ad un festival importante, è l’ambizione di Debito di ossigeno, la mia e quella di Alberto Osella il mio produttore. Tuttavia, posso solo augurarmi che questo mio lavoro contribuisca ad accendere un dibattito presso qualunque associazione che si occupi di questo fenomeno sociale che ancora non ha visto il suo punto di svolta.

So che potrei essere accusato di catastrofismo, la crisi economica mondiale non ha prodotto lo “tsunami” che ci si attendeva in Italia, non si vedono persone abitare sotto le tende dopo aver perso lavoro e casa come negli Usa eppure io penso che stiamo andando incontro ad una catastrofe sociale fatta di licenziamenti e tracolli economici familiari. Vedo i segni ma non ancora gli effetti.

Questo non è il tuo primo documentario? Come ti sei avvicinato al film-making e perchè?

Il mio primo documentario l’ho girato nel 2001, allora raccontavo l’ascesa e il declino di una società della net economy. Mi sono avvicinato a questo genere perché ritenevo fosse un modo secco e diretto di interpretare la realtà, quanto al “perché” dico che girare documentari è un’esigenza che nasce dalla volontà di esprimere ciò che vedo attraverso il racconto di storie reali. Quando questa esigenza non basterà più significherà che dovrò pensare di fare cinema.

Come scegli le storie e i temi che vorresti raccontare?


La scelta dei temi è subordinata alla scelta delle storie da raccontare. L’individuo, la sua capacità di espressione umana e la sua vicenda mi conducono alla scelta, è così che di volta in volta ho raccontato la storia di un pornografo, di una strega ed ora questa.

Quanto ti ci vuole per la realizzazione di un documentario, in termini di tempo e costi?


Generalmente impiego un paio di anni per fare un documentario, significa avere tempo per documentarmi, conoscere le persone che voglio raccontare, cercare il produttore e i finanziamenti. In termini di costi dipende molto dal progetto, si può partire da 20mila euro e oltrepassare i 100mila. Per realizzare un documentario di creazione come Debito di Ossigeno o come anche i miei precedenti, l’investimento del mio tempo è difficilmente calcolabile ed è anche per questo che considero il mio lavoro di documentarista una specie di “missione”...

Cosa consiglieresti ad un giovane che vorrebbe realizzare un documentario?

Dare consigli ai giovani significa implicitamente confessare di essere vecchi? Preferirei evitare di dare consigli però la mia esperienza mi ha insegnato questo: evitare di banalizzare e compiacere lo spettatore, spesso si vedono lavori definiti documentari per il solo fatto di raccontare quello che è successo.

Con il terremoto in Abruzzo ho visto reportage di qualunque tipo, tutti raccontavano la stessa cosa: in questo paese è crollato tutto, quest’uomo ha sentito tremare le pareti pareva un’esplosione, la signora ha perso la casa, questo bambino non potrà giocare con i suoi amichetti perché sono morti.

Questo non è fare documentario, il lavoro del documentarista inizia dove termina quello del giornalista, bisogna andare al di là del fatto, bisogna fare un lavoro di pulizia retorica, evitare i luoghi e i sentimenti comuni, sondare la dimensione umana particolare e renderla universale. Thierry Garrel dice che “il documentario non è una macchina per vedere, è una macchina per pensare”.

Inoltre chi decide di raccontarsi ti offre una parte della sua vita e conquistare la sua fiducia è la prima cosa che devi ottenere ancora prima di girare. Fare il documentarista significa anche essere pronti a cambiare sempre idea perché non c’e’ sceneggiatura ma continui imprevisti.

Di seguito un piccolo teaser trailer di "Debito di ossigeno"
 

Per chi fosse interessato, qui il blog di Giovanni Calamari
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