Cultura

Politecnico, niente corsi in inglese: l'ateneo perde anche al Consiglio di Stato

La sentenza è definitiva: no a corsi soltanto in inglese, possibili se affiancati da quelli in italiano. Esulta l'Accademia della Crusca

Il Politecnico

Il Consiglio di Stato ha bocciato i corsi di laurea unicamente in lingua inglese al Politecnico. La stessa pronuncia l'aveva emessa il Tar nel 2013, poco dopo la decisione dell'ateneo milanese contro cui avevano fatto ricorso alcuni docenti.

A introdurre la possibilità delle lezioni in lingua inglese era stata la riforma Gelmini, nel 2010. E proprio a quella legge il Politecnico ha fatto riferimento per difendere la sua posizione davanti ai giudici del Consiglio di Stato, affiancato peraltro dal ministero dell'Istruzione. Niente da fare: il Consiglio di Stato ha richiamato, tra l'altro, una sentenza della Corte costituzionale (del 2017) in cui si sancisce che i corsi in lingua inglese si possono organizzare, ma soltanto se le lezioni sono affiancate da quelle in lingua italiana.

La finalità dei corsi di laurea interamente in inglese, fortemente voluti dal "Poli", è ovviamente quella di attrarre il più possibile studenti da tutto il mondo, così come abituare i propri studenti (anche italiani) ad avere a che fare con la lingua inglese per l'uso tecnico, che poi sarà utile a livello lavorativo. Di contro, i docenti che avevano presentato ricorso sostenevano il rischio che le lezioni diventassero più superficiali e meno approfondite, nonché una difesa dell'uso delle lingue nazionali per il sapere e la conoscenza.

Dalla parte dei docenti l'Accademia della Crusca, da sempre impegnata contro i tentativi di marginalizzare la lingua italiana. Il principio che sia la Corte costituzionale sia il Consiglio di Stato hanno voluto salvaguardare è quello del primato della lingua italiana anche per la "trasmissione del patrimonio storico e dell'identità della Repubblica". Insomma, la lingua italiana 'non si tocca'. 

Il rischio è quello di "estromettere" l'italiano dall'insegnamento di "interi rami del sapere"; ma anche quello di discriminare gli studenti che non conoscono così bene la lingua straniera; ed infine quello di minare la libertà d'insegnamento del docente, costringendolo a esprimersi in una lingua diversa dall'italiano (senza che stia a lui la scelta) "indipendentemente dalla dimestichezza che egli stesso abbia con la lingua straniera".

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