Lunedì, 2 Agosto 2021
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Si ammala di cancro: licenziata, dietrofront del Cottolengo. Ma ha quasi tutti i colleghi contro

L'istituzione religiosa sembra sia pronta a fare un passo indietro, non i colleghi

Il cottolengo

Sembra essere deciso a fare marcia indietro il Piccolo Cottolengo Don Orione di Milano riguardo al caso di Giuseppina Bruzzano, la 53enne licenziata perché ritenuta "non ricollocabile" dopo che si era ammalata di tumore. Nelle scorse ore il direttore dell'Istituto don Pierangelo Ondei ha annunciato il tentativo di "trovare una soluzione". Per il momento non è ancora quale, visto che in passato l'istituzione religiosa aveva tentato il ricollocamento — senza riuscirci — in "mansioni differenti, equivalenti o financo inferiori a quelle attuali, compatibili con il suo stato di salute", si leggeva nella lettera di licenziamento.

La vicenda era stata portata a galla dal Sindacato generale di base (Sgb) e aveva sollevato diverse polemiche in occasione della festa del Primo Maggio. Non solo: Giuseppina aveva lanciato un appello anche a Papa Francesco. Azioni che sembrano aver aiutato la lavoratrice nella sua battaglia.

L'opinione dei colleghi

Nella giornata di giovedì 3 maggio, invece, numerosi dipendenti della struttura (100 su 130, come hanno fatto sapere) hanno firmato una lettera aperta con cui hanno espresso "profonda amarezza rispetto a quanto riportato negli ultimi giorni dagli organi di informazione sulla vicenda che ha coinvolto la struttura  nella quale lavoriamo".

"Non ci sentiamo rappresentati dalla collega che ci ha portato agli onori della cronaca in modo infamante — hanno scritto nella missiva —. Il Don Orione è una grande famiglia che ha sempre accolto noi lavoratori indipendentemente dalla nostra provenienza culturale e religiosa. Come in tutte le famiglie esiste la malattia, ma viene affrontata insieme con dignità e solidarietà, non viene usata. Ci siamo sempre sentiti tutelati come persone e come lavoratori, non possiamo non riconoscere quanto è stato fatto negli anni dalla direzione per assicurarci, nonostante le nostre fragilità, una condizione lavorativa adeguata e dignitosa".

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