Giovedì, 5 Agosto 2021
Economia

Laurea in finanza: la Bocconi è la settima al mondo per il Financial Times

Migliora di due posizioni e svetta sul servizio per le carriere dei suoi studenti. Che, a tre mesi dalla laurea, sono tutti occupati

Classifica delle lauree in finanza

Prima al mondo per "career service", grazie ai legami con gli operatori dell'investment banking, e settima al mondo in generale: la Bocconi "trionfa" nella classifica del Financial Times dedicata ai corsi di laurea magistrale in finanza. Premiato in particolare il corso in lingua inglese diretto da Massimo Guidolin.

Rilevante, tra i diciannove criteri seguiti dal quotidiano finanziario britannico, anche la retribuzione dei neo laureati. Nel 2016 la Bocconi era nona, dunque ha guadagnato due posizioni. Da via Sarfatti ricordano che, ogni anno, i selezionatori provenienti dai quartieri generali delle diciotto maggiori banche d'investimento vengono a Milano a intervistare i migliori studenti e laureati. Un "link" forte e consolidato.

La vera "regina" dei masters in finanza è però la Francia, che si accaparra le prime quattro posizioni (a partire dalla Edhec Business School di Lilla), e anche la sesta, con la Skema Business School di Euralille. La Bocconi vanta il primo posto - come detto - nel servizio di carriera e nella percentuale di occupati a tre mesi dalla laurea (100%), in questo secondo caso insieme però a numerosi altri atenei. Si parla sempre, è bene ribadirlo, del corso magistrale in finanza tenuto interamente in inglese.

Con oltre 113 mila dollari di stipendio medio dopo tre anni, la Bocconi è quinta nella classifica di questo criterio. Scende un po' nel "value for money", che tiene conto non soltanto dello stipendio ma anche del costo per la frequenza. In questo caso la Bocconi è sedicesima. 

Con il 35% di professori provenienti dall'estero, la Bocconi si mostra ancora poco "internazionale": sono ben 23 i corsi di finanza con una percentuale superiore al 50% di docenti stranieri. L'Imperial College di Londra addirittura vanta il 94% di docenti non britannici. Percentuale non dissimile (37%) per quanto riguarda gli studenti provenienti dall'estero. 

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