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Economia

Coop-Esselunga, la battaglia infinita: la Cassazione riapre il processo contro Caprotti

La morte del patron non placa la battaglia giudiziaria per 'Falce e Carrello'. E si riapre la vertenza

Prosegue la battaglia legale tra Esselunga e Coop, dopo la pubblicazione, nel 2007, del libro "Falce e carrello", dove il numero 1 di Esselunga, Bernardo Caprotti (recentemente scomparso) raccontava delle difficoltà di costruire i suoi supermercati in Emilia e dei "bastoni tra le ruote" che gli erano messi "dalle Coop rosse". La causa per risarcimento danni si riaperta nelle scorse ore davanti alla Corte di Appello di Milano e il problema riguarderà gli eredi di Caprotti. 

Ad avviso della Cassazione, nel processo di risarcimento intentato dalle Coop - che ha accolto il ricorso di Mario Zucchelli, presidente della Coop Estense, e della stessa cooperativa - i giudici milanesi di primo e secondo grado hanno sbagliato a considerare quel libro, distribuito e pubblicizzato da 'Esselunga', non come una inchiesta giornalistica che deve essere scrupolosa, ma "come un'opera letteraria" priva di "intento informativo" e sorretta solo dall'esigenza "narrativa" di esporre la personale riflessione di Caprotti sul sistema delle Coop e che, pertanto, era scriminata "dal diritto di critica essendo anche un tema molto dibattuto da politica ed economia".

Scrive la Cassazione che "l'errore" di aver così qualificato il libro di Caprotti" ha indotto" i giudici milanesi "a prescindere da una verifica puntuale" del rispetto "della forma civile dell'esposizione" e della verità delle vicende narrate. Secondo i supremi giudici, sarebbe stato necessario "valutare il requisito della continenza in modo rigoroso" di fronte a espressioni che indicavano Zucchelli come "un oste imbottito di denaro", una persona che si muove "in uno stagno torbido, fetente" e "tiene Modena al guinzaglio come un cagnolino" e la coop come fornita di una capacità "illimitata di mentire e di ribaltare la realtà", come per la vicenda dello "scippo" di un terreno acquistato a basso prezzo da una anziana sopravvissuta ad Auschwitz. Per la Cassazione, occorreva scandagliare la verità di queste affermazioni e non liquidarle come "verosimili" perché non si possono giustificare scritti che narrano singoli fatti veri ma tacciono "dolosamente o colposamente" su altrettante circostanze "tanto strettamente ricollegabili ai primi da mutarne completamente il significato".

Ad avviso dei supremi giudici, 'Falce e carrello' può essere stato uno strumento per mettere in "cattiva luce" presso i consumatori la la 'Coop Estense', e non era da escludere "la sussistenza della denigrazione commerciale" solo perché - come hanno ritenuto i giudici di merito - "bersaglio delle denunce contenute nel libro non erano i prodotti commercializzati" dalla coop ma "la complessiva attività e l'organizzazione della 'Coop Estense'".

Secondo la Suprema Corte (sentenza 22042), c'è concorrenza sleale da denigrazione non solo quando si diffondono tra il pubblico notizie 'scorrette' sui prodotti che vende l'impresa antagonista, ma anche quando si cerca di screditare in generale l'attività di una impresa, la sua organizzazione o "il modo di agire dell'imprenditore nell'ambito professionale" con notizie "la cui conoscenza" risulti comunque idonea "a ripercuotersi negativamente sulla considerazione di cui l'impresa gode presso i consumatori". 

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