Il Coronavirus fa paura (sul serio): a Milano cala il turismo cinese, gli imprenditori italiani: "Danni gravi"

Sei imprenditori su dieci temono le conseguenze del virus. Ecco quanto valgono gli scambi tra Lombardia e Cina

Il Coronavirus spaventa l'economia. Secondo Morgan Stalney l'epidemia potrebbe danneggiare la crescita globale nel breve termine, tagliando fino a un punto percentuale la crescita cinese. Stringendo il focus su Milano, dove il virus non è arrivato, qualche contraccolpo si è già registrato. All'ombra della Madonnina il turismo della Grande Muraglia — secondo i dati della Confcommercio Milano – porta circa 300 milioni di euro tra alberghi, shopping e ristoranti. In questo periodo il volume degli affari è nettamente più basso: "Siamo già al 40% in meno rispetto al periodo precedente al virus", aveva detto mercoledì il primo cittadino di Milano Beppe Sala.

Coronavirus: dichiarato lo stato di emergenza sanitaria

Ma anche gli imprenditori milanesi che intrattengono rapporti commerciali con la Cina temono per il loro business: sei su dieci si aspettano conseguenze mentre un terzo di loro resta ottimista. Il dato emerge da un’indagine di Promos Italia, agenzia nazionale delle Camere di commercio per l’internazionalizzazione, insieme ai numeri della Camera di commercio di Milano su oltre 200 imprese già attive sui mercati esteri sentite a gennaio 2020.

"Dalla nostra indagine emerge che alcune conseguenze per il business delle nostre imprese in Cina sono già tangibili — spiega Alessandro Gelli, direttore di Promos Italia — e che la preoccupazione per l'evoluzione degli affari nei prossimi mesi è alta. La maggioranza delle imprese intervistate, infatti, ritiene che, se la situazione non migliorerà, i rapporti economici con la Cina potranno ridursi. Detto ciò — prosegue Gelli — la maggior parte delle imprese ritiene che le informazioni ad oggi disponibili siano ancora troppo frammentarie e confuse per poter calcolare con chiarezza le ricadute che questa emergenza avrà sui loro affari nel breve—medio periodo, ma al contempo questa incertezza genera inevitabile preoccupazione".

La testimonianza: "Impatto critico al nostro lavoro"

"L'emergenza sanitaria legata al coronavirus e la sua diffusione hanno imposto alle autorità cinesi una serie di provvedimenti che impatteranno gravemente sul nostro lavoro in Cina e sull’attività globale in cui è coinvolta il nostro gruppo", sottolinea a MilanoToday P.R., cfo di un'azienda metalmeccanica con sedi produttive nelle province di Shanghai e Ningbo.

"Siamo stati informati dal governo cinese che le scuole non riapriranno prima del 17 febbraio a tutti i livelli, e alle compagnie non è permesso aprire uffici e stabilimenti prima della mezzanotte del 9 febbraio. Ci sono poche eccezioni: supermarket e aziende ad essi correlati o società che lavorano nel campo sanitario. Purtroppo, secondo le nostre stime, è presumibile che nei prossimi giorni questo termine verrà ulteriormente esteso, a data da definire, causando gravi disagi", conclude P.R. 

Quanto valgono gli scambi commerciali con la Cina

È di oltre 13 miliardi in nove mesi l’interscambio lombardo con la Cina sui 34 miliardi italiani. La Lombardia rappresenta infatti più di un terzo del totale nazionale (38,7%). L’import da solo vale circa 10 miliardi sui 24 nazionali (41%) e l’export 3 miliardi su 9 (33%). Le importazioni sono in crescita sia in Lombardia (+2,2%) che in Italia (+5,4%). In flessione l’export che consiste soprattutto in macchinari ma aumenta a livello regionale quello di prodotti alimentari (+8,6%), articoli farmaceutici (+5,5%) e abbigliamento (+4,2%) mentre a livello nazionale bene i prodotti farmaceutici (+11,8%) e i tessili (+5,2%). L’import lombardo privilegia l’elettronica (27,3% del totale), l’abbigliamento (12,6%) e gli apparecchi elettrici (11,2%), quello italiano il tessile (20%).

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Dopo la Lombardia le regioni più attive nell’interscambio sono Veneto ed Emilia Romagna (13% circa del totale) mentre Milano spicca tra le province con 6,4 miliardi di scambi (+3,6%, 4,7 di import e 1,7 di export). È seguita da Torino con 1,6 miliardi e da Lodi con 1,4 miliardi. Superano il miliardo anche Bologna, Bergamo, Napoli e Treviso. Tra le prime 20 anche le lombarde Monza Brianza, Brescia, Varese, Como e Mantova.

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