L’identikit, mamma e lavoratrice: in Italia è ancora muro contro muro

Istruite, di età compresa fra i 30 e i 35 anni, con un marito spesso non intenzionato a usufruire dei congedi parentali. Sono le lavoratrici italiane neomamme. Si dimettono dall'impiego perché mancano servizi e flessibilità

Precedendo solo Ungheria e Malta, l'Italia presenta un tasso di occupazione del 56% tra le madri con bambini di età inferiore ai 12 anni, molte quelle che si dimettono durante il primo anno di vita del figlio: chi sono? Perché lo fanno? Poi rientrano al lavoro? E' per rispondere a questi quesiti che è stata condotta la ricerca "Uscite transitorie", presentata lunedì nella sede della Direzione Provinciale del Lavoro.


Frutto della collaborazione tra l'Ufficio della Consigliera di Parità e gli organi provinciali del Lavoro, lo studio "indica quali politiche attive applicare: ora non esistono strategie specifiche, solo progetti estemporanei - ha dichiarato l'assessore al Lavoro Paolo Del Nero - Le istituzioni incoraggino le imprese all'occupazione femminile e garantiscano i servizi, anche le aziende però vadano incontro alle mamme lavoratrici: gli orari e i contratti sono troppo rigidi".


La "neomamma dimissionaria doc" ha un'età compresa tra i 30 e i 35 anni ed è ben istruita (il 48% con diploma, il 27% con laurea), diverso il panorama per le straniere, più giovani e molto istruite o scarsamente. Il 60% ha un marito non intenzionato a usufruire dei congedi parentali: la divisione di ruoli in famiglia è ben delineata, infatti, più di metà delle intervistate non ha aiuti nelle attività domestiche e almeno un quarto gestisce da sola anche le attività di cura del figlio.
In tali condizioni presto è spiegata la scelta di dimettersi, "le condizioni lavorative diventano inconciliabili con le occupazioni domestiche, tutte a carico della mamma; a questo si sommano pressioni aziendali, scarsa convenienza economica e assenza di soddisfazione lavorativa - ha illustrato Manuela Samek, dell'Istituto di Ricerca Sociale - Esiste anche un forte desiderio di dedicare del tempo al proprio figlio conquistando maggiore libertà di orario: spesso si ri-occupano in maniera autonoma diventando libere professioniste e libere mamme".


"Poi rientrerò": è con molto ottimismo che le neomamme guardano verso il futuro, almeno è quanto risulta dalla ricerca che evidenzia una forte propensione al rientro (93%) principalmente per motivi economici ma anche per emancipazione sociale, in quanto madri lavoratrici. "Un ottimo segnale da non trascurare - ha commentato Renata Semenza dell'Università Statale di Milano - ma attenzione, rientrare dopo più di 6 mesi dalla nascita del figlio diventa difficile, e i dati lo confermano".


La domanda di lavoro rimane, infatti, scarsa e poco flessibile, "urge una politica di accompagnamento al rientro che incoraggi le aziende a offrire part-time ragionati, ormai solo in Italia visti come penalizzanti. E' necessario anche cambiare la mentalità: le mamme italiane sono ancora poco propense ad affidarsi ai servizi offerti dalle istituzioni che, a loro volta, dovrebbero realizzare politiche integrate che includano aspetti fiscali, provvidenziali e sociali. Dando più scelta lavorativa e assistenza anche gli indici di natalità crescerebbero, le donne hanno voglia di diventare mamme ma oggi molte non se lo possono permettere".

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Nella foto: da sinistra Peppino Falvo, presidente di Afol Milano; Paolo Del Nero, assessore al lavoro della Provincia di Milano e Tatiana Biagioni consigliera di parità provinciale

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