Rsa lombarde messe in ginocchio dal coronavirus: la crisi è anche economica

Le associazioni: “Se da Governo e Regione non avremo risposte finiremo in ginocchio”

Repertorio

Le associazioni del comparto sociosanitario lombardo lanciano l’allarme: “Se da Governo e Regione non avremo risposte finiremo in ginocchio”. Dopo i mesi in prima linea contro la pandemia si preannuncia un autunno caldo per Rsa, e non solo, che chiedono a Regione e Governo risorse per continuare a garantire i servizi: se queste risorse non arriveranno le strutture “saranno dolorosamente costrette a scegliere se cessare o limitare le proprie prestazioni con ricadute sugli anziani, le persone con disabilità e le loro famiglie. Proprio alla vigilia di una possibile seconda ondata di Covid 19”, si legge in una nota.

Agespi (Antonio Monteleone), Aiop (Guerrino Nicchio), Aci Welfare Lombardia (Valeria Negrini), Anaste (Stefania Repinto), Anffas Lombardia, (Emilio Rota), Arlea (Walter Montini e Chiara Benini), Uneba Lombardia (Luca Degani e Marco Petrillo) hanno illustrato in conferenza stampa nella sede di Confcooperative Lombardia le principali criticità. A partire dal lockdown Rsa, Rsd (Residenze sanitarie assistenziali per disabili), le realtà impegnate nell’Assistenza Domiciliare Integrata e in tutti gli altri servizi sociosanitari che si dedicano a favore di persone con problemi di dipendenza, di salute mentale o a minori in difficoltà, sono state travolte dalla crisi: blocco dell’accoglienza nuovi ospiti, aumento delle spese di assistenza, diminuzione entrate e ora rischio chiusura. Uno scenario “drammatico, per un lavoro di assoluta rilevanza sociale, che coinvolge centinaia di realtà: una rete di cura, di assistenza, di promozione della salute capillare, pilastro del sistema di welfare della Lombardia. Le conseguenze – prosegue il comunicato – sono facili da immaginare: taglio dei servizi ai più fragili, perdita di posti di lavoro, aumento dei costi a carico delle famiglie”.

Un’analisi effettuata nel territorio dell’Ats di Brescia su un campione di 42 Rsa, per un totale di 3.655 posti letto, ha evidenziato che nel periodo marzo-maggio dell’occupazione media si è assestata all’80% con un minimo del 58% e un massimo del 100%. Le strutture medio grandi sono quelle che maggiormente hanno subito un decremento dei posti letto quantificabile in 22,63 euro al giorno per posto letto nei tre mesi del lockdown.

Il deficit per le Rsa lombarde nei mesi del lockdown è stato di circa 180 milioni ed è destinato a crescere nel secondo semestre, anche se in misura inferiore, a seguito di: incremento dei costi dei dispositivi di protezione individuale (dpi); minori ricavi generati dal contingentamento degli ingressi e dalle doverose procedure di isolamento precauzionale preventivo. Un esempio per tutti il costo dei guanti che rappresentano per il settore socio sanitario un dispositivo che prescinde dall’emergenza. Il costo di una scatola di 100 guanti è passato da una media di 1,80 euro a circa 8 euro: un aumento di quasi il 450%. Per un utilizzo di 16 guanti al giorno a posto letto, significa, solo per i guanti, un aumento di 1 euro a posto letto al giorno. Quindi, per il solo secondo semestre del 2020, 12 milioni di euro di spesa in più per il settore delle Rsa in Lombardia.

Le strutture durante la pandemia hanno sostenuto spese enormi, superiori alle preventivate, tra cui quelle per l’assistenza farmacologica a persone non prese in carico dagli ospedali, il maggior costo dei dpi e il rafforzamento del personale. Da maggio le associazioni del settore sociosanitario chiedono alla Regione che siano riconosciuti a loro favore i budget già deliberati e messi a bilancio, nonostante il calo degli utenti. “Siamo fiduciosi dell’impegno che la Regione Lombardia ha espresso nel voler riconoscere la totalità del budget già assegnato – dichiarano le organizzazioni – chiediamo che si dia urgente attuazione sul piano tecnico alle dichiarazioni rese”.  

Altro nodo il riconoscimento economico alle Rsa e alle strutture socio-sanitarie da parte del Governo. Le significative risorse stanziate dal Dl Rilancio sono orientate pressoché esclusivamente a sostegno di servizi erogati direttamente dal settore pubblico; ciò significa tagliare fuori di fatto tutto quell’ecosistema di privato sociale che in regioni come la Lombardia rappresenta il 90% delle strutture socio-sanitarie.  

“Paradossale – spiegano le organizzazioni – è, ad esempio il caso dell’Adi (Assistenza domiciliare integrata) che deve giustamente essere potenziata e che in Lombardia è gestita prevalentemente da Enti del privato non profit; ma le ingenti risorse previste per Regione Lombardia sono destinate all’Adi erogata dalle ASST”. “A ciò si aggiunge il rischio che parte del personale qualificato (es. Infermieri e Oss) oggi operante nei nostri servizi – proseguono – sia attirato dalla possibilità di essere assunto dal pubblico e ciò porterebbe ad ulteriori problemi nell’erogazione dei servizi. D’altra parte, con le tariffe ferme da oltre 10 anni nonostante i 2 rinnovi contrattuali, i maggiori costi e le minori entrate di quest’anno e nessun sostegno da parte di Regione, come facciamo a proseguire nel nostro lavoro? Siamo condannati a chiudere?”.  

Infine l’appello al Ministro Speranza a cui gli enti del sociosanitario lombardo fanno due richieste: la prima, che una parte del fondo sanitario nazionale sia vincolata a finanziare il sistema sociosanitario nelle sue diverse articolazioni. La seconda che la Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana “nominata senza includere, purtroppo, nessun rappresentante dell’associazionismo, del Terzo Settore, della cooperazione sociale” dia ampio spazio ad un confronto e un dialogo con le organizzazioni che da tempo operano in questi servizi territoriali con competenze non sostituibili e da sempre hanno dimostrato capacità innovative, voglia di sperimentare per meglio rispondere ai bisogni delle persone.

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