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Economia

Fabbricavano "fallimenti", buco da 130 milioni: 5 indagati

Cinque imprenditori indagati a Milano per bancarotta fraudolenta, appropriazione indebita e riciclaggio: con bilanci falsi ottenevano finanziamenti dagli intermediari

E' nata dalla segnalazione del 2010 di movimentazioni sospette su alcuni conti correnti da parte dell'Uif, l'Ufficio informazioni finanziarie della Banca d'Italia, l'inchiesta coordinata dai pm di Milano Eugenio Fusco e Isidoro Palma e condotta dal Nucleo speciale di polizia valutaria della Gdf, che oggi ha portato in carcere Pietro R., 58 anni, imprenditore nella grande distribuzione alimentare, Maria C. L., 46 anni, ex avvocato, e Leonardo M., 52 anni, imprenditore nel settore dell'elettronica.

I tre, indagati con altre due persone, sono accusati di bancarotta, appropriazione indebita e riciclaggio, in relazione al crac della capogruppo MQM, società operativa nel campo della grande distribuzione alimentare, e di altre 5 società collegate. I vari fallimenti sono stati dichiarati tra il 2007 e il 2010. Da qui gli accertamenti hanno portato ad individuare il meccanismo messo a punto dal gruppo che a partire dal 2006, attraverso la creazione di numerose società intestate a prestanome, ha creato un impero nel settore della grande distribuzione alimentare attraverso l'apertura in franchising di decine di supermercati ad insegna Billa (ex Standa), che ora è parte lesa.

Attraverso fittizie esposizioni in bilancio e numerose operazioni commerciali, la rete di società così costituite, tutte riconducibili alla holding capogruppo MQM, ha potuto beneficiare di ingentissimi finanziamenti presso i più importanti intermediari finanziari. Soltanto a livello bancario, il buco finanziario che si è andato consolidando negli anni, è stato valutato intorno ai 130 milioni di euro.

Tuttavia, parallelamente all'avvio delle numerose iniziative commerciali, i tre arrestati hanno svuotato le "casse" delle società a loro beneficio, causando il fallimento delle stesse. Sul lastrico sono così finiti gli oltre 700 lavoratori che, nel frattempo, erano stati assunti e numerosi fornitori sono stati danneggiati economicamente per il mancato pagamento delle merci acquistate.

Nei sei mesi antecedenti la chiusura dei vari punti vendita, in base alla ricostruzione di inquirenti e investigatori, le società del 'gruppo' - accampando svariati pretesti - hanno sospeso il pagamento delle forniture di merce che tuttavia, in virtù dei pregressi e consolidati rapporti, sono regolarmente proseguite.

Non avendo sostenuto alcun costo per il loro acquisto, le merci così immagazzinate sono state immesse sui banchi dei punti commerciali a prezzi assolutamente concorrenziali ed offerte alla clientela "solo" per l'acquisto esclusivo in contanti. Così facendo il gruppo si è assicurato una considerevole disponibilità di contante che le indagini, ancora in corso, hanno consentito di rintracciare anche su conti correnti esteri riconducibili sempre agli arrestati.

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