Covid e inquinamento, ecco perché al nord il virus corre veloce ed è più aggressivo

A svelare per la prima volta l'intima connessione fra polveri sottili e coronavirus una ricerca italo-francese che ha suscitato grande interesse all’interno dell’OMS: più la città è inquinata, più aumentano contagi e carica virulenta.

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di MilanoToday

Più la città è attanagliata da smog e polveri sottili, più il virus corre veloce, aumentando numero di contagi e carica virulenta. A sostenere la drammatica connessione fra il Covid e il Pm 10 sono due ricerche condotte da un team italo-francese: i professori Cosimo Magazzino dell’Università Roma Tre, Marco Mele dell’Università Niccolò Cusano e Nicolas Schneider della Sorbonne di Parigi hanno messo a punto un innovativo algoritmo che è stato in grado di analizzare i dati di tre principali città della Francia (Parigi, Lione e Marsiglia), una italiana (Milano) e diverse indiane, scoprendo il legame inscindibile fra livelli di polveri sottili e aggressività del virus. L’indagine, così apprezzata dall’OMS da spingere l’Organizzazione Mondiale della Sanità a invitare i docenti alla conferenza alla “COVID-19 Virtual Press Conference” in programma a gennaio 2021, nelle prossime settimane sarà ampliata, focalizzandosi esclusivamente sul caso Italia. Secondo quanto dichiarato da Marco Mele, sarà divisa “in zone in base ai livelli di inquinamento da PM10, PM2.5 e N2O e successivamente utilizzeremo un algoritmo “D2C” in grado di stimare con precisione il nesso di causalità predittiva tra queste variabili e la diffusione del coronavirus”. Pubblicati su due riviste di riferimento per il mondo accademico-scientifico, “Applied Energy” e “Environmental Science and Pollution Research”, gli studi hanno evidenziato per la prima volta come, superato il valore soglia di Pm10 e Pm 2.5, si inneschi un meccanismo che agevola l’aggravamento e la morte da Covid-19. Una relazione che, attraverso la modellistica complessa di Machine Learning, lega insieme crescita economica, inquinamento e morti per Covid-19. L’algoritmo messo a punto da Marco Mele, Cosimo Magazzino e Nicolas Schneider contribuirebbe così a spiegare come mai in alcune parti d’Italia il virus si diffonda più velocemente e sia, al contempo, più aggressivo, impegnando seriamente il sistema sanitario locale. Non sarà dunque un caso se, anche in questa seconda ondata, la carica virulenta del Covid sia più forte in alcuni Paesi rispetto ad altri. Perché è di poche ore fa la notizia della condanna da parte della Corte di Giustizia europea nei confronti dell’Italia per aver violato “in maniera sistematica e continuativa” i valori massimi di concentrazione di Pm 10. “Il Covid 19 – spiega Marco Mele, docente dell’Università Niccolò Cusano per le facoltà di Economia e Giurisprudenza – colpisce prevalentemente le vie respiratorie. Le polveri sottoli Pm 10 e Pm 2.5 potrebbero aver creato, attraverso l’effetto avverso sui polmoni, un terreno fertile sul quale il virus ha amplificato un processo di infiammazione, probabilmente, già preesistente. In aggiunta, le polveri sottili possono assurgere – date le dimensioni specialmente del PM10- al ruolo di carrier del virus proprio come avviene nella diffusione aerosol tra le persone”. “Dal momento che le nostre ricerche hanno evidenziato che il livello di concentrazione delle polveri sottili ammesso dalla Direttiva (2008/50/EC – EU) è molto elevato in condizioni pandemiche da virus respiratori – consiglia il professore dell’Unicusano – sarebbe opportuno ridurre tale limite almeno di 10 punti. Pertanto, è necessario passare dai 40 µg/m3 per il PM10 a 30 µg/m3 e da 25 µg/m3 per il PM2.5 a 15 µg/m3”.

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