'Da soli non si è cattivi - Tre atti unici': dal 4 al 7 aprile al Teatro Fontana

Foto di scena

'Da soli non si è cattivi', di Tiziana Tomasulo, arriva dal 4 al 7 aprile al Teatro Fontana di Milano. I tre capitoli della pièce ci pongono una domanda: “Cosa accade quando la follia del quotidiano travalica i limiti della razionalità, invadendo ogni sentimento, ogni primordiale istinto?”.

Dopo aver portato a Milano 'La trilogia dell’attesa', trittico in cui la compagnia ci raccontava la perenne attesa di qualcuno che ci sollevi dalla nostra palude esistenziale, il gruppo romano si confronta con la drammaturgia e la narrativa di Tiziana Tomasulo - drammaturga finalista al 53° Premio Riccione. Il lavoro dell’ensemble si sposta dalla scrittura scenica per incontrare la drammaturgia contemporanea rivisitandola attraverso un teatro sempre sorretto da un fortissimo impianto visivo e scenotecnico.

Il lavoro, della compagnia romana Lafabbrica, è diretto dalla regista Fabiana Iacozzilli. Le scene sono di Fiammetta Mandich, i costumi di Gian Maria Sposito e Davide Zanotti, il disegno luci di Valerio Geroldi. Lo spettacolo è co-prodotto con La fabbrica dell’attore - Teatro Vascello.

La trama

Anche questo lavoro vive del divertimento di portare in scena attori trasfigurati e, al posto dei vecchi decrepiti e degli obesi extra-large della trilogia, troviamo qui delle coppie di amanti identiche come gemelli, principi e principesse inchiodati a cessi e bidet. Queste trasfigurazioni, questi personaggi-pupazzo ci restituiscono sempre con sguardo lucido e toccante la fragilità dell’essere umano.

'Da soli non si è cattivi' mette in scena tre atti unici, tre storie, tre quadri visionari legati dal filo rosso di relazioni amorose complicate, ironiche, in perenne crisi, in cui ogni giorno con l’altro è un massacro. Il lavoro s’interroga sull’amore, sull’importanza che ha l’approvazione dell’altro per riuscire a amare noi stessi. Dunque l’amore è visto come esercizio di potere, come unica possibilità di autolegittimazione.

I testi di Tiziana Tomasulo attraverso un’ironia raggelante ci imprigionano all’interno di un mondo claustrofobico fatto di ossessioni, manie di grandezza e desideri di vendetta. I protagonisti di questi tre episodi sono in realtà incapaci di amare. Desiderosi e bisognosi di farlo ma terrorizzati dal reale incontro con l’altro. Dietro alla loro incapacità si nasconde la vergogna per quello che sono, insieme alla frustrazione per la prospettiva di una vita destinata alla solitudine.

I tre atti

Nel primo atto, L’amante, che vede in scena Simone Barraco, Francesco Meloni e Marta Meneghetti, viene raccontata la spensierata vita di Barbara e Riccardo, una coppia. I nostri protagonisti stanno insieme da sedici anni e, come spesso accade alle coppie che convivono da tanti anni, fanno le stesse cose, hanno gli stessi gusti, le stesse movenze, gli stessi pensieri, gli stessi desideri e hanno assunto gli stessi tratti fisici fino a diventare
gemelli. Questa coppia, completamente immersa in una atmosfera lynchiana, vive la relazione unicamente come occasione per dimostrare all’altro di poter essere il migliore tra i due. La competizione e la voglia di primeggiare sull’altro li porteranno a innamorarsi dello stesso uomo, Nancy, e ad essere pronti a tutto, a troppo, pur di conquistare l’amore del povero malcapitato.

Nel secondo atto, La Telefonata, la protagonista, Ramona Nardò, è una donna innamorata di un’altra donna alle prese con una semplice domanda: «la chiamo o non la chiamo?». La scena è immobile, solo la donna seduta di fronte al suo tablet e illuminata dalla luce di una persiana che lentamente diventa la sua gabbia. Un monologo che non prevede pause, uno 'stream of consciousness' che mentre ci fa ridere cinicamente ci sprofonda nella paralisi esistenziale della protagonista, nella sua paura di non essere nessuno.

Nel terzo atto, Il bagno, vediamo invece un principe azzurro, Francesco Zecca, che stura un cesso e una Biancaneve, Francesca Farcomeni, in all star rosse che lo osserva, seduta su un bidet. Questi due esseri umani sono i resti/carcasse di una favola felice, sono ciò che resta del tempo che fu. L’uomo stura il cesso come se cercasse di sturare qualcos’altro, di stappare qualcosa che ha a che vedere con gli inceppi e le cadute di una storia d’amore, della fine di una storia d’amore. Mentre l’uomo cerca una via di fuga la donna rinuncia a qualsiasi espressione di sé trasformando la relazione in un amore claustrofobico. E finiamo per chiederci insieme a lei “ Ma è questo l’amore? Questo mio amarmi attraverso gli altri? Solo attraverso gli altri? Questo mio bisogno degli altri per amarmi?".

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