Mercoledì, 23 Giugno 2021
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Ri-tratti Peppe di giuli interpretazioni scultoree delle grandi firme II atto: dal futurismo e oltre

Nota- Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di MilanoToday

"Ci metterei la firma", si dice per garantire al massimo un'idea o un progetto. Per Peppe Di Giuli, che espone le sue "firme scultoree" a Milano dal 13 ottobre fino al 10 novembre 2016 alla Galleria Carte Scoperte, una cifra stilistica dei Futuristi che vale la pena di studiare sta proprio nella firma delle loro opere. Con un processo di ri-facimento della calligrafia di un Boccioni, un Balla o un Depero, per citare i più noti; con la sua interpretazione tridimensionale fatta di legno pazientemente cesellato allo sgorbio e poi laccato, Di Giuli compie il percorso inverso a chi intende "appropriarsi" di un'opera d'arte: l'artista umbro infatti lavora duramente per diventare egli stesso, con la sua mano e il suo gusto, "appropriato" ai maestri del Futurismo dai quali non ha mai smesso di trarre ispirazione. Così Di Giuli mette in gioco tutta la sua abilità di scultore con solido curriculum di designer e nascono queste "firme 3D", proiezioni spaziali e al tempo stesso "materializzazioni" di quel concetto straordinariamente complesso che chiamiamo "identità".

Come scrive infatti il critico Alberto Maria Prina:

Dal latino firmus: definito, inamovibile; per questo, è unica e personale.

Cifra, suggello, convalida, marcatura, marchio, timbro, sigla. Segno e simbolo, la firma non è solo la sottoscrizione del proprio nome per autenticare un'opera o uno scritto. Intesa per lasciare un segno indelebile nel tempo, suggellare autenticità e veridicità, più profondamente si configura come una specie rappresentazione simbolica di se. Come l'impronta digitale, sovente scelta con minuziosa e puntigliosa ricerca, con varia consapevolezza di quanto essa riveli di noi stessi, quasi un'auto-immagine identificante e affermativa del proprio io, ha attratto l'attenzione di psicologi e grafologi speranzosi di conquistarne i segreti, svelarne i meccanismi. Per questo si può associare al simbolo con tutti i suoi misteri, le sue potenti illusioni di significanze recondite: suggestioni di qualcosa che non si può esprimere altrimenti ma che al tempo stesso ci convince dell'esistenza di un nesso fra un sensibile conosciuto ed un sovrasensibile che sfugge alla cattura. Facendo leva sulla competenza di designer maturata in anni di lavoro e valsa a vincere due Compassi d'Oro, Di Giuli scava sugli albori dei rapporti tra arte e pubblicità, intuizione che, come ci spiega lui stesso, «dobbiamo a Fortunato Depero: fu lui», racconta Peppe, «il primo non solo a dire ma anche a dimostrare che la pubblicità è arte, aprendo la strada a un imponente movimento che avrebbe in seguito portato alla Pop Art, a Andy Warhol». Grande esperto di Futurismo, in queste firme-sculture condensa quindi suggestioni che rimandano al design, alla pubblicità e alla Pop Art, imprimendo in esse un senso del dinamismo che è solo in apparente contraddizione con lo scopo di una firma: stabilire una volta per tutte e per sempre chi è l'autore di un'opera.

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