Xxx - Antonio Catelani, Mario Dellavedova, Luca Pancrazzi

XXX sono tre personalità, tre artisti, XXX sono tre incognite, XXX è la vincita al filetto. XXX è una mostra fatta da tre amici che si ritrovano insieme in un periodo disorientante.

XXX è anche un campo di interferenze e di frammenti dove la pittura, fusa ad altri generi espressivi come avviene nella pratica di ciascuno dei tre artisti, libera il soggetto e la materialità stessa dell’opera da ogni rigidità normativa. Ne derivano la continua rimodulazione della messa a fuoco tra soggettivo e oggettivo, lo scambio tra vicino/lontano e un corto-circuito metonimico tra l’apparente calore dell’operatività del dipingere (nonostante in essa convergano pratiche spersonalizzanti come la fotografia, la fotocopia, il telaio serigrafico e un certo ordine seriale) e la freddezza del suo rigore concettuale. XXX è un repertorio fluido di apparizioni, di possibilità in divenire che si affacciano alla soglia del rappresentabile e lì stanno, spunti da cogliere tra individuazione e perdita, costantemente in cerca di definizione.

Nella pittura di Antonio Catelani, (Firenze, 1962) come avviene nella scultura e nella pratica installativa che nel suo lavoro corrono parallele, forme auratiche come accadimenti imprevisti affiorano dal piano pittorico, in cui vibrano tracce, segni, presenze/assenze, memorie e possibilità, illusioni e realtà, essere e non essere. La provvisorietà della definizione dell’immagine, che rompe il limite del quadro e rifiuta di coagularsi in una forma-contorno, mette in scacco lo statuto dell’opera, interrogandola pur senza imporre soluzioni, in un processo di mutazione e di spostamento in cui il soggetto sa dubitare e abdicare, nella direzione di eventi pittorici vissuti come incidenti controllati. Da questa pratica l’io non è quindi espunto ma vive attraverso tracce, aloni, memorie e slittamenti che il piano pittorico, quasi per sua propria scelta, decide se trattenere o rilasciare.

Per Mario Dellavedova (Legnano, 1958) ogni esito formale è un periplo nomade attorno agli oggetti, alle parole, alle tecniche e alla tradizione, che non conduce in porto ma punta sempre al mare aperto. E’ infatti in un campo aperto e multidirezionale di incontri e di interferenze che l’artista propone una riflessione sul valore della rappresentazione e sul senso e l’incidenza del fare arte, anche attraverso l’uso del motto di spirito, del lapsus, dell’ironia e dello spostamento. L’opposizione tra freddezza concettuale e calore esecutivo viene di volta in volta declinata in corto-circuiti di senso tra luci al neon e artigianalità, tra immagine e oggetto, tra parola e senso, tra pratica comune e depistaggio, tra familiarità e spaesamento. La memoria individuale e la storia
dell’arte circolano così senza soluzione di continuità, in una strategia demistificatoria che, attraverso il presente quotidiano e le peripezie del passato, supera l’inerte e corre verso il futuro.

Luca Pancrazzi (Figline Valdarno, 1961) adotta immagini che si misurano secondo una scala di evanescenza che fa emergere tanto le possibilità della rappresentazione quanto la smaterializzazione dell’invisibile. Qui la pittura, anche quando sembra destinata ad altri scopi, non celebra mai altro enigma se non quello del situarsi della visibilità. L’enigma del visibile sta in ciò che lo rende possibile o impossibile, e proprio queste due condizioni sono quelle che definiscono la soglia attraverso cui Pancrazzi rende percepibile l’invisibile e allontana il visibile, manipolando le immagini con l’uso della fotografia e della fotocopia, della pittura e dell’inserimento di griglie e di stratificazioni successive. Queste opere funzionano come un fuori registro che si fa espressione del limite tra interno ed esterno, sfuggendo a una definizione perentoria e lasciando invece intravedere la filigrana del mondo, il pulviscolo di ordine e caos che attraversa l’esperienza e che nella storia s’è fatto archetipo e mito.

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