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L'editoriale

Luca Rinaldi

Coordinatore Dossier

Se il Pd non si sveglia sui territori son mazzate per altri 30 anni

La distanza siderale tra il Partito Democratico e i territori lombardi che non siano "feudi" cittadini è imbarazzante. Milano non è un modello e vale di più una barricata con i lavoratori che un tweet su quanto siano brutti e cattivi gli altri

È vero: il Pd senza leader non ha di certo aiutato la corsa alla Regione Lombardia di Pierfrancesco Majorino. Tanto è vero che a tirare la volata a destra è stata senza ombra di dubbio soprattutto il nome di Giorgia Meloni, lontanissima dal territorio, lontanissima dagli ambienti “tipici” del potere lombardo, ma una leader individuabile, identificabile e che ha saputo mettersi in sintonia col proprio elettorato. Più di quanto abbia fatto lo stesso Attilio Fontana, che pure ha tenuto a galla la Lega.

Se è vero, come è vero, che tutto ciò ha influito dall’altra parte occorre registrare due dati. Il primo è sotto gli occhi di tutti ed è incontrovertibile: in 29 anni il centrosinistra non ha mai vinto una elezione in Regione Lombardia. E a dirla tutta nemmeno ci è mai andato vicino. Il secondo è probabilmente la causa di tre decenni di insuccessi: la distanza siderale tra i partiti della sinistra, Partito Democratico su tutti, e i territori. Tanto che a guardarlo nella sua interezza, per come è maturato e con i tempi stretti della campagna elettorale, il 33,93% raccolto da Majorino (seppure con una storia di politica locale importante, europarlamentare fino a poco più di 3 mesi fa) ha quasi dell’impresa.

Il Pd, e oggi la sinistra in generale, in Lombardia faticano ad entrare in sintonia con territori ed elettori. Si vince nelle città, si perde (male) fuori. E non è questione di alleanze dell’ultima ora o di voti rosicchiati, ma di presenza e vicinanza ai territori che non abbiano un “modello” da esprimere. Poi certo, sul fatto che il “modello” Milano, per dirne uno, possa essere rappresentativo delle istanze di una qualsivoglia sinistra è altrettanto opinabile. E proprio per questo approcciarsi alla provincia come ci si approccia a Milano, continuando a tirarla in ballo nelle analisi, è uno dei mali assoluti di questo Pd.

Le elezioni più noiose di sempre non potevano che finire così

Majorino ha cercato lungo tutta la campagna elettorale di ritrovare sintonia con i territori, che però non è stata coltivata negli anni da molti, troppi rappresentanti nelle province lombarde. Impegnati più a inseguire gli slogan di Fontana e Meloni, o le capriole del duo dinamico Calenda&Renzi (veri Re Mida al contrario della politica odierna), o ancora di dire la propria su un congresso che sembra la tela di Penelope, che a costruire un’alternativa credibile.

Un’alternativa credibile per cui potenzialmente avrebbero potuto esserci praterie: dalla gestione (disastrosa) della pandemia, a un ambiente continuamente svenduto a colpi di leggine, per tacere delle lottizzazioni sanitarie e delle infrastrutture che contribuiscono a escludere proprio quelle zone di Lombardia in cui la destra spadroneggia. Insomma, perdere a questo giro era più difficile del solito.

Come può un candidato calato sul tavolo 3 mesi prima del voto portare a casa un risultato e sui territori il partito è in tutt’altre faccende affaccendato? Il successo elettorale in Regione si costruisce in 5 anni e non in 3 mesi di slogan con qualche trovata social. Se il Pd vuol tornare a contare qualcosa al di fuori dei feudi cittadini deve fare un serio giro sui territori, e svegliare dal torpore i suoi rappresentanti. Che forse, in provincia, vale più la pena una barricata coi lavoratori licenziati selvaggiamente da una azienda che macina utili, rispetto a twittare su quanto sia buono e giusto tenere Draghi al governo e che gli altri son brutti e cattivi.

Dopodiché si può candidare un profilo come Majorino, ma senza la Politica, quella con la “P” maiuscola sui territori, fatta giorno per giorno con gli atti e i fatti, saranno mazzate. Sempre. Per altri tre decenni.

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