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Aperta un'inchiesta su fornitura camici del cognato e della moglie di Fontana

Il fascicolo è al momento a 'modello 45', cioè senza ipotesi di reato nè indagati

Da fonti investigative si apprende che il procuratore aggiunto Maurizio Romanelli avrebbe aperto un fascicolo sulla commessa di camici che sarebbe stata affidata alla ditta controllata da Andrea e Roberta Dini, cognato e moglie del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. Lo si apprende da fonti investigative. Il fascicolo è al momento a 'modello 45', cioè senza ipotesi di reato nè indagati.

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La vicenda è stata anticipata dal Fatto Quotidiano. Il governatore della Lombardia Attilio Fontana ha dato mandato ai suoi avvocati di querelare il quotidiano per i contenuti del "pezzo", nonché di diffidare Report dal mandare in onda un servizio che faccia intendere un conflitto d'interessi. La storia è quella di una fornitura di camici per medici e infermieri ordinata il 16 aprile 2020 da Aria (la centrale acquisti regionale) senza gara alla Dama Spa, un'azienda di proprietà del cognato e della moglie del governatore (Andrea Dini e Roberta Dini) che produce abbigliamento Paul&Shark.

Secondo quanto si ascolterà a Report, inizialmente il valore della fornitura sarebbe stato quantificato in 513 mila euro, ma Andrea Dini ha poi rettificato il 22 maggio stornando la fattura perché l'intenzione iniziale era quella di donare i camici e non di farli pagare. Fontana si è difeso su Facebook affermando di non essere mai intervenuuto per l'operazione e quindi respingendo con fermezza il conflitto d'interessi evocato dalla ricostruzione del "Fatto", il cui testo, stando a Fontana, «omette di dire chiaramente che la Regione Lombardia attraverso la stazione appaltante Aria Spa non ha eseguito nessun pagamento per quei camici e l'intera fornitura è stata erogata dall'azienda a titolo gratuito».

Sempre su Facebook, Fontana ha ricostruito le fasi di fornitura di quei camici ricordando che «ogni giorno servivano centinaia di migliaia di mascherine, camici, visiere con urgenze e quantità che superavano di almeno cento volte (in alcuni casi anche migliaia) le ordinarie necessità di approvvigionamento pre Covid. Tra le tante aziende lombarde che hanno accolto la nostra richiesta di aiuto c'è la Dama Spa che ha convertito la sua produzione in dispositivo di protezione individuale per medici e operatori sanitari, tanto che il 14 aprile 2020 erano diversi gli articoli apparsi sui media che riportavano questa notizia positiva. La stessa società si è distinta anche con una una donazione di 60.000 euro sul fondo straordinario per l'emergenza istituito da Regione Lombardia, e ha fornito gratuitamente mascherine e camici ad ospedali e amministrazioni comunali». Il governatore ha aggiunto che alla Dama sono stati ordinati 75 mila camici a 6 euro ciascuno («i più economici») e 7 mila set di camice, copricapo e calzari a 9 euro ciascuno («prezzo più basso in assoluto»).

E poi, «nell'automatismo della burocrazia, nel rispetto delle norme fiscali e tributarie, l'azienda accompagnava il materiale erogato attraverso regolare fattura stante alla base la volontà di donare il materiale alla Lombardia, tanto che prima del pagamento della fattura, è stata emessa nota di credito bloccando di fatto qualunque incasso». Le spiegazioni di Fontana non hanno però convinto del tutto i suoi oppositori politici. E così Francesco Laforgia, senatore di Liberi e Uguali, ha annunciato una interrogazione per capire se «all'ombra del dramma del Covid ci sono stati o meno affari di famiglia», mentre Simona Malpezzi, senatrice del Pd, ha aggiunto che «il presidente Fontana dovrà dire qualcosa su quanto accaduto. Si tratta di una vicenda imbarazzante e inopportuna. Sarà stato un malinteso, sarà che poi il mezzo milione è stato stornato, ma questa vicenda aggiunge note di opacità e malessere a quanto già accaduto». E anche Eugenio Comincini, senatore di Italia Viva, chiede chiarezza «sull'ennesima zona d'ombra». Difende invece Fontana il capogruppo leghista al Pirellone Roberto Anelli: «E' scandaloso - afferma - che un atto di beneficenza venga trasformato, da alcuni media, in un’altra campagna di odio contro la Lombardia e contro il governatore Fontana. Viene il sospetto, o forse sarebbe meglio dire la certezza, che questi polveroni vengano sollevati per nascondere vicende nazionali ben più gravi, dai disastri compiuti dal Governo al caso Palamara. Situazioni che meriterebbero ben maggiore risalto, data la pericolosità per l’intero sistema democratico».

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