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Nuova vita al Leoncavallo: L'intervista a Daniele Farina

Il Leoncavallo e la sua storia. Daniele Farina ci parla del centro sociale più famoso d'Italia e della possibilità di regolarizzare la situazione delle associazioni che lavorano al suo interno, a costo zero per il Comune

leoncavalloDovendo indicare tre date che segnano la storia del più famoso centro sociale d'Italia, il Leoncavallo, potremmo scegliere il 1975, il 1978 e il 1994.
Gruppi di sinistra extraparlamentare occuparono nel 1975 un'area abbandonata in via Mancinelli, angolo via Leoncavallo, al quartiere Casoretto, poco distante da p.le Loreto e via Padova. Zona con numerose fabbriche in una Milano industriale che vedeva anche l'esplosione del consumo di eroina.

Il 18 marzo 1978, due giorni dopo il sequestro di Aldo Moro, nei pressi del c.s. furono uccisi Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, conosciuti come Fausto e Iaio, che stavano indagando sullo spaccio di eroina nel quartiere. L'omicidio fece scalpore (100mila persone parteciparono ai funerali) e da quel momento il Leoncavallo divenne un simbolo nazionale.

E siamo al 1994, l'anno del trasferimento all'attuale sede di via Watteau a seguito dello sgombero dalla sede storica. E' l'8 settembre: una ex cartiera dell'Editore Sonzogno, in un'area di proprietà Cabassi, diventa la nuova sede del Leoncavallo. Nasce subito uno scontro tra la proprietà (che aveva, a suo dire, concesso l'uso per un giorno dell'edificio) e le associazioni (che invece sostengono di avere avuto un permesso non ufficiale a restare). Dal 2004 una sentenza della Corte d'Appello sancisce le ragioni della proprietà: in questi mesi è attesa la sentenza della Cassazione, intanto l'area venne soggetta a ripetuti tentativi di sfratto, sempre andati a vuoto perché le forze dell'ordine non si sono mai presentate.

Nel frattempo il leader del Leoncavallo, Daniele Farina, oggi 46enne, fu eletto al consiglio comunale di Milano (2001-2006) e alla Camera (2006-2008) nelle liste di Rifondazione. L'istituzionalizzazione del c.s. attraverso l'impegno politico di Farina ha aperto il dialogo con gli attori pubblici, in particolare il Comune, dove una maggioranza trasversale, dagli anni Duemila, ritiene sia giunta l'ora di risolvere la situazione del c.s.: oltre all'ovvio appoggio dei consiglieri di sinistra, la soluzione politica è stata caldeggiata anche da alcuni esponenti di centrodestra. Tra questi Aldo Brandirali (Forza Italia, CL) e, inaspettatamente, Matteo Salvini (Lega), che sostiene che ormai il Leoncavallo è come una discoteca.

Giudizio forse eccessivo quello di Salvini, ma di certo il c.s. in quanto tale si è evoluto non poco dagli anni '70. Ha seguito le trasformazioni della società, che prima era industriale e caratterizzata dal lavoro operaio e oggi no. Le lotte accanto agli operai proprie del marxismo classico sono diventate secondarie rispetto all'economia fondata sul terziario e sulla globalizzazione: ne segue un cambio di rotta verso l'opzione pacifista e non violenta, i movimenti no-global e il libertarismo studentesco.

Daniele Farina, che oggi è un esponente di spicco di Sinistra e Libertà, ci racconta l'attuale situazione del Leoncavallo: "il Comune di Milano è l'attore principale dal punto di vista politico, e basterebbe poco per regolarizzare la situazione. Sono state fatte diverse proposte, una delle quali sarebbe a costo zero per il Comune: si tratterebbe di concedere alla proprietà il diritto di edificare su un'altra area qualunque, eliminando la destinazione industriale di via Watteau, che a quel punto perderebbe di valore consentendo alle associazioni che lavorano nel Leoncavallo di pagare affitti adeguati".

Un guadagno per tutti?
"Certo. La proprietà ci guadagnerebbe perché potrebbe utilizzare le volumetrie di cui ha diritto, anche se altrove. Il Comune risolverebbe la situazione a costo zero, con un atto amministrativo anche se da approvare in giunta. Le associazioni ci guadagnerebbero in progettualità".

Ovvero?
"Nelle attuali condizioni, chi lavora nel Leoncavallo non riesce a costruire progetti a medio-lungo termine perché si agisce con la spada di Damocle del possibile sfratto, di due mesi in due mesi. Con la soluzione che ho prospettato si potrebbe lavorare per progetti più a lungo respiro, con conseguenze positive per tutti".

Se proponessero al Leoncavallo di trasferirsi altrove, quale sarebbe la vostra risposta?
"Se c'è una alternativa concretamente applicabile, perché no? In realtà si porrebbero problemi paralleli. In via Watteau, con enormi sforzi, siamo riusciti a renderci credibili al quartiere, a integrarci con gli abitanti tra cui non pochi oggi frequentano il centro. Altrove bisognerebbe ricominciare da zero, affrontare nuovamente la "paura" dei residenti, magari anche i problemi di parcheggio per gli eventi più di richiamo…".

Che cosa manca per attuare la soluzione che prospettavi? Il consenso della proprietà?
"No, la proprietà sembra essere d'accordo. Manca solo la volontà politica del Comune. Probabilmente qualcuno ha costruito la sua immagine sulla repressione di realtà come il Leoncavallo, e ora fa fatica a cogliere i vantaggi di una soluzione positiva. Ma c'è da dire che anche alcuni ex di Alleanza Nazionale, quindi della destra milanese, ormai sarebbero favorevoli".

Dicevi che per ora non si può programmare il lavoro nel Leoncavallo a lungo termine…
"Sì, ci è capitato di partecipare a bandi come quelli di Fondazione Cariplo. Le risposte erano sempre le stesse: complimenti per la bella idea, ma in due o tre anni non si sa cosa può succedere. Abbiamo ora lanciato l'idea "Leoncavallo 2015", prendendo spunto dall'Expo (a cui siamo contrari): un progetto che rielaborando l'esistente rende ecologicamente sostenibile il centro. SI va dal riutilizzo dell'acqua piovana all'isolamento acustico, dal tetto giardino ai pannelli fotovoltaici".

Realizzabile?
"No, per il momento. Il motivo è sempre la precarietà: senza la certezza che nel 2015 saremo ancora qui, progetti del genere non possono partire. Ma se partisse, non sarebbe di difficile realizzazione. E restituirebbe alla città un luogo pubblico per la cultura e lo svago, che valorizza l'ambiente e rispetta il pianeta".

Questo fa parte del "Patto per la città", che avete proposto alle istituzioni?
"In parte sì. Il "Patto per la città" è una proposta che abbiamo avanzato a Comune, Provincia e Regione (che per ora non ci hanno risposto) per coordinare le nostre attività con quelle svolte da loro, con un tavolo di lavoro comune, prevedendo anche gli interventi di legalizzazione dei nostri spazi, ad esempio (ma non necessariamente) con la soluzione che ho spiegato prima".

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