Polonia, manifestazione al consolato di Milano contro il divieto di aborto

Criticata una sentenza della Corte costituzionale che cancella l'aborto per malformazione al feto, lasciandolo legale solo per stupro, incesto e pericolo di vita della donna

Foto Agnieszka Rudzińska, Fb

Circa un centinaio di persone ha partecipato al presidio pacifico di protesta organizzato dalla comunità polacca milanese davanti al consolato della Polonia, in via Monte Rosa a Milano, sabato pomeriggio. Esibendo cartelli, i manifestanti hanno espresso la loro contrarietà alla discussa sentenza della Corte costituzionale polacca secondo cui sarebbe incostituzionale l'aborto motivato da gravi malformazioni al feto.

In un Paese dove la legge sull'aborto è la più restrittiva d'Europa, significa che da ora l'interruzione di gravidanza è consentita solo per stupro e incesto oppure se la vita della donna è in gravissimo pericolo. Già oggi, date le restrizioni, la maggior parte dei circa mille aborti all'anno era motivata proprio dalla grave malformazione del feto, che ora è "cancellata" dalla Corte costituzionale. Contemporaneamente in Polonia si praticano interruzioni di gravidanza clandestine e si assiste all'"emigrazione per aborto", ovvero al ricorso a cliniche all'estero.

In queste settimane in patria è dilagata la protesta. Sabato, per l'ottavo giorno consecutivo, il centro di Varsavia si è riempito di manifestantti. A Milano i partecipanti al presidio hanno appeso cartelli di protesta alla cancellata dell'edificio del consolato; cartelli che, dopo qualche ora, solerti incaricati hanno prontamente rimosso. 

In primavera il partito conservatore al potere, Diritto e Giustizia (Pis), aveva tentato di introdurre questa modifica alla legge, ma il Parlamento era stato costretto a rinviare la decisione dopo le proteste di massa, pur in un periodo in cui vigevano misure anti assembramento per il Coronavirus. Ora la sentenza della Corte costituzionale, che tra l'altro soffre di un "vizio di origine" perché la riforma della Corte aveva legato troppo indissolubilmente le nomine dei giudici che ne fanno parte al volere governativo.

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