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La Regione trasversale contro la liberalizzazione degli orari dei negozi

Approvata una mozione del Pd. La classe politica lombarda si conferma refrattaria alla libertà di aprire i negozi anche nei giorni di festività

Un centro commerciale (Repertorio)

Stop alle aperture libere dei negozi anche nei giorni festivi. Lo chiede il consiglio regionale della Lombardia, che ha approvato una mozione (presentata dal Partito Democratico) con cui si chiede alla giunta di farsi portavoce in Conferenza Stato-Regioni per riavviare una discussione sulle norme che regolano l'apertura dei negozi, «focalizzando l'attenzione sulle effettive ricadute delle liberalizzazioni sul tessuto economico e sull'aspetto sociale ed etico della qualità della vita dei lavoratori e delle loro famiglie».

La mozione è stata presentata dal gruppo del Pd, primo firmatario Marco Carra, avvocato mantovano di 53 anni. E' stata approvata grazie al voto favorevole di gran parte della maggioranza (Lega Nord e Lista Maroni in primis, mentre Riccardo De Corato di Fratelli d'Italia si è astenuto) e delle opposizioni (Pd e Movimento 5 Stelle), con il voto contrario di due assessori-consiglieri: Giulio Gallera (Forza Italia) e Angelo Capelli (Lombardia Popolare). 

Nella mozione si fa esplicito riferimento al caso di Serravalle, l'outlet (peraltro non in Lombardia, ma in provincia di Alessandria) che ha appena deciso di aumentare a 363 i giorni di apertura aggiungendo Pasqua e Santo Stefano e iniziando proprio con la domenica di Pasqua 2017, con fortissime polemiche soprattutto da parte dei sindacati. Secondo i firmatari, le liberalizzazioni degli orari hanno prodotto «peggioramento delle condizioni dei lavoratori» nei diritti e nelle condizioni contrattuali, un «dumping tra la piccola e la grande distribuzione» e hanno anche contribuito a «desertificare i centri storici».

Il bersaglio è il decreto Salva Italia che risale al 2011 (governo Monti), che per garantire libertà di concorrenza e di circolazione delle merci aveva completamente liberalizzato gli orari e le giornate di apertura degli esercizi commerciali in tutta Italia. Un decreto, peraltro, che il Pd nazionale aveva appoggiato insieme a Forza Italia, insieme a sostegno di quel governo. I firmatari lamentano, però, che quel decreto «azzera ogni competenza di Regioni e Comuni in materia di orari e giorni di chiusura obbligatori», e ricordano che in Senato è in discussione una proposta di legge per rendere obbligatori almeno dodici (riducibili a sei) giorni di chiusura all'anno.

«La chiusura può essere effettuata almeno nelle dodici festività civili e religiose previste dal calendario», commentano il primo firmatario Marco Carra (Pd) e il suo capogruppo Enrico Brambilla: «Perfino nei Dieci Comandamenti si ricorda di santificare le feste». Carra e Brambilla ricordano le sentenze della Cassazione che cancellano sanzioni comminate dai datori di lavori nei confronti di lavoratori assenti nei giorni festivi. 

«La liberalizzazione selvaggia degli orari non è unostrumento per risollevare le sorti dell'economia italiana», si esprime Donatella Martinazzoli della Lega Nord: «C'è poi la necessià di riappropriarsi di valori importanti quali il poter trascorrere le festività con la propria famiglia e disporre di un giorno alla settimana da dedicare ai propri affetti». 

Giulio Gallera, assessore al welfare e uno dei pochissimi voti contrari alla mozione, ha invitato la Lombardia a essere «una Regione proiettata al futuro, senza limitare la libertà di imprensa e sviluppo». Per Riccardo De Corato (Fdi), che si è astenuto, la mozione rappresenterebbe una sorta di ritorno al passato. Dario Violi (Movimento 5 Stelle) ha criticato i troppi centri commerciali in Lombardia.

Il precedente: la mozione del 2013

Non è la prima volta che il consiglio regionale lombardo vota un documento con cui sottolinea di voler decidere su orari e giornate di apertura dei negozi. Lo aveva già fatto con una analoga mozione nel 2013, presentata però da forze trasversali. Quella volta Fratelli d'Italia aveva votato a favore, insieme a Lega, Lista Maroni e gran parte dell'allora Popolo della Libertà. All'epoca l'unica voce "liberale" era stata quella di Giulio Gallera.

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