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Centrodestra, Parisi lascia la politica. Tornerà a fare l'imprenditore

Un lungo post di addio alla politica ricordando il tentativo, non riuscito, di dare al centrodestra un impulso liberale-popolare

Dopo meno di cinque anni e due candidature importanti - a sindaco di Milano e a presidente della Regione Lazio - Stefano Parisi lascia la politica. Lo annuncia lui stesso su Facebook con un lungo post di addio che inizia laconicamente: «Torno al mio lavoro. Il mio impegno nella politica attiva si conclude qui». Torna, quasi certamente, alla sua Chili Tv, della quale ha lasciato le cariche nel 2016 candidandosi a Milano. Quella Chili Tv scelta dal ministro dei beni culturali Dario Franceschini per realizzare la "Netflix italiana della cultura", con una dotazione di dieci milioni di euro dal Recovery Fund a cui si aggiungono nove milioni di Cassa depositi e prestiti (che avrà il 51% delle quote) e il know how e cash di Chili Tv stessa (che deterrà il 49%). 

Parisi fu scelto nel 2016 dalla coalizione di centrodestra per candidarlo a sindaco di Milano contro Beppe Sala. Non era il suo primo incontro con la politica in assoluto: negli anni '70, a Roma, la sua città d'origine, era stato dirigene socialista in università mentre, negli anni '80, aveva seguito diversi ministri socialisti con incarichi nei vari dicasteri: Lavoro, Affari Esteri, vicepresidenza del Consiglio. Dal 1997 al 2000 fu city manager del Comune di Milano sotto l'amministrazione d Gabriele Albertini.

La sfida con Sala, "gemello diverso"

Nel 2016 la sfida fu proprio tra due ex direttori generali di Palazzo Marino, perché anche Beppe Sala lo era stato, ma di Letizia Moratti. Le figure dei due candidati a sindaco principali erano talmente sovrapponibili che più volte Parisi ebbe a definirsi «più a sinistra di Sala». La scelta del centrodestra di candidare Parisi, nonostante non fosse molto conosciuto in città, fu lungimirante. Il manager socialista (che, nel frattempo, era stato amministratore delegato di Fastweb e poi aveva fondato Chili Tv) arrivò a un soffio da Sala al primo turno, 40,8% contro 41,7%, una distanza di meno di cinquemila voti. Il distaccò aumentò al secondo turno, perché a Sala arrivarono i voti radicali e anche di qualche elettore di estrema sinistra: e l'attuale sindaco vinse con 17 mila voti di scarto. La sconfitta provocò una dura reazione di Salvini, che più avanti sarebbe diventato leader della Lega: «Basta coi moderati - disse - il dentro tutti non paga».

Nel 2018 il centrodestra ripose ancora fiducia in lui, questa volta per le elezioni regionali in Lazio, la sua terra d'origine. Non andò male nemmeno qui, ma perse ancora: 31,2% contro 32,9% di Nicola Zingaretti. In questi anni ha mantenuto entrambi i seggi che gli spettano di diritto come principale sconfitto e, così, è contemporaneamente consigliere comunale a Milano e consigliere regionale nel Lazio, unico caso in Italia di due cariche politiche in regioni diverse. Ora, lasciando la politica, si dimetterà da entrambe.

A Palazzo Marino tornerà De Corato?

A Milano, a Palazzo Marino, gli succederà un esponente di Fratelli d'Italia, primo partito escluso dai seggi nella coalizione di centrodestra: sarà Riccardo De Corato, nel frattempo diventato assessore regionale alla sicurezza (le due cariche non sono incompatibili) o, se questi rinuncerà, il deputato Marco Osnato, secondo non eletto. Ma FdI in consiglio comunale è in realtà già presente, perché nel frattempo Andrea Mascaretti ha lasciato Forza Italia per il partito di Giorgia Meloni. 

La nicchia liberale-popolare nel centrdestra

Prima in via personale, poi attraverso il movimento Energie per l'Italia, da lui fondato, ha cercato di ritagliarsi una nicchia politica moderata gravitante nel centrodestra. «Le migliori energie della città - scrive nel post su Facebook ricordando Milano 2016 ma anche indirettamente la "base" del suo movimento - si mobilitarono su una visione moderna di Milano, europea, riformista, liberale, popolare». Nel ricordo della battaglia politica le migliaia di persone che parteciparono, quello stesso anno, a MegaWatt, l'evento milanese di fondazione di Energie per l'Italia, «per costruire - scrive ancora - una nuova destra liberale e popolare».

Di fronte a «categorie perdute» della politica, a un «gruppo dirigente senza ricambio, senza alternative, senza speranza», alla scomparsa dei «valori del pensiero politico liberale-popolare nella vita breve dei sondaggi, degli slogan, e dei vuoti dibattiti televisivi», l'obiettivo di Parisi e di Energie per l'Italia è stato quello di ricreare le fondamenta di una politica moderata che, però, diventava oggettivamente minoritaria nella sua coalizione.

Quando disse alla Lega: «Non lavoro coi fascisti»

Lo scrive Parisi stesso, nel finire del 2020, lasciando la politica: «Tanti di noi vedevano con nettezza le prime minacce di una radicalizzazione delle leadership della destra, che andava a riempire un vuoto di rappresentanza e che, tra il 2016 e il 2019, avrebbe generato un vero smottamento politico e la quasi scomparsa del voto liberale e popolare».

Tradotto: con l'avanzata di Matteo Salvini che, in pochi anni, porta la Lega ad essere nettamente il primo partito della coalizione, quello che era il partito-guida del centrodestra italiano, Forza Italia, scende a percentuali a una cifra, mentre Energie per l'Italia non decolla mai. D'altra parte, già nel 2016, durante la campagna elettorale milanese, volavano "scintille". Quando si seppe che la Lega aveva candidato in Municipio 8 il simpatizzante di Lealtà Azione Stefano Pavesi, Parisi sbottò: «Non lavoro coi fascisti». Prima dell'ufficialità delle candidature, invece, non aveva gardito la trans più nota d'Italia, Efe Bal, che stava per candidarsi con il Partito Liberale Italiano nella sua coalizione: e il Pli decise di non presentare la lista.

In seguito non furono pochi gli elettori moderati che iniziarono a guardare al centro del centrosinistra, come l'ala renziana del Pd o più recentemente Più Europa di Emma Bonino e, oggi, Azione di Carlo Calenda. Il ruolo di Parisi era ormai schiacciato tra l'appartenenza al centrodestra e la radicalizzazione del centrodestra stesso.

2020: «Occasione persa»

A chi gli contestava di voler creare il suo piccolo orticello, risponde: «Non era nostra intenzione costruire un ennesimo piccolo partitino. Volevamo ricostruire un nuovo modello di rappresentanza politica, far emergere nuovi leader, non far aumentare i follower». E poii è arrivato il 2020, l'anno del Covid. Su cui Parisi sembra avere idee piuttosto chiare. «Le debolezze dello Stato - scrive - sono emerse immediatamente». Il 2020 come occasione, «la grande occasione che sembra ormai persa per ricostruire il nostro sistema pubblico dalle radici», di fronte al sistema sanitario, al sistema burocratico senza la «capacità di reagire con immediatezza».

L'addio quindi. Che, però, suona quasi come un arrivederci: se emergeranno le persone giuste per il progetto di rinnovamento perseguito in questi anni da Parisi, «tanti di noi saranno lì, pronti, per dare una mano». Intanto, c'è Chili e la Netflix italiana della cultura.

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