Prostituzione, la Cassazione: «Fede e Minetti, essere più precisi sul favoreggiamento»

Le motivazioni della sentenza con cui la Cassazione ha respinto il ricorso della procura (che voleva pene più aspre)

Troppo generiche le accuse al giornalista Emilio Fede e all'ex consigliere regionale Nicole Minetti in merito al favoreggiamento e alla induzione alla prostituzione nell'ambito delle note "serate di Arcore". Si parla del processo cosiddetto "Ruby bis", nel quale i due erano imputati insieme all'ex agente dei vip Lele Mora.

La procura milanese aveva fatto ricorso contro la sentenza d'appello (di novembre 2014) che aveva condannato Fede a quattro anni e dieci mesi e la Minetti a tre anni, ritenendo troppo tenui le pene. Ma la Cassazione - accogliendo i rilievi dei difensori - ha rimandato tutto ad un processo d'appello bis.

In sostanza, stando alle motivazioni depositate il 17 dicembre, la Cassazione ritiene che i giudici d'appello abbiano delineato correttamente il quadro normativo generale su induzione e favoreggiamento ma poi, nello specifico, non abbiano usato la stessa precisione argomentativa per indicare in quali esatte circostanze - ed esattamente per quali ragazze - Fede e Minetti abbiano commesso il reato di induzione o di favoreggiamento.

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«Nessuna verifica concreta è stata compiuta sulle singole condotte di Fede rispetto alle singole serate indicate dall'accusa come quelle in cui l'attività di prostituzione si sarebbe dovuta consumare», scrive la Cassazione riguardo al giornalista. E lo stesso per la Minetti: «Non è dato desumere con la dovuta certezza in quali precise occasioni la donna abbia posto in essere le condotte "addebitate" nei confronti di chi e con quali modalità». Non basta, insomma, dar prova che ad Arcore alcune ragazze di tanto in tanto si prostituivano (cosa che la stessa Cassazione, assolvendo Berlusconi dal reato di prostituzione minorile, non ha messo in dubbio, accogliendo invece l'impossibilità di conoscere la minore età di "Ruby"). Occorreva circostanziare meglio i casi di induzione e quelli di favoreggiamento. Un «vuoto motivazionale» nella sentenza d'appello che ha portato la Cassazione a decidere per un appello bis.

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