Lunedì, 14 Giugno 2021
Politica

Soldi ai disoccupati col "riscatto sociale": «Il comune non ci ha proposto la formazione»

Stanziati 2,4 milioni per 2.041 disoccupati in cambio di un impegno sui corsi di formazione o altre attività. Una lettrice: "Nessuno mi ha proposto niente del genere, nutrivo speranze"

Bando per i disoccupati, la lettera di una lettrice

Il comune di Milano li aveva chiamati "patti di riscatto sociale", non quindi semplici elargizioni di denaro ai disoccupati con grave disagio economico ma un percorso di impegno per uscire dallo stato di bisogno. Tra i requisiti un Isee inferiore a 6 mila euro. Il bando era rimasto aperto da ottobre a dicembre 2014 ed erano state accettate, in tutto, 2.041 domande, per un investimento complessivo da parte di Palazzo Marino di due milioni e 400 mila euro. L'iniziativa aveva riscosso un successo inaspettato: il primo giorno circa 500 persone avevano ritirato i moduli per la domanda.

Percorso di impegno, si diceva, in cambio di 1.200 euro, di cui 400 come prima tranche e 800 alla fine del progetto intrapreso. In concreto, nella maggior parte dei casi, il comune aveva promesso che avrebbe proposto agli aderenti un percorso di formazione in vista del reinserimento lavorativo.

Le cose non sembrano però andate sempre così. Una lettrice di MilanoToday, che chiameremo Maria per comodità e che ha circa 30 anni, ha scritto alla redazione una lunga lettera per spiegare che il suo «enorme sospiro di speranza e sollievo», alla notizia che era entrata nella graduatoria finale, si è poi trasformato nel tempo in delusione per non avere avuto «alcuna traccia, silenzio assoluto» dei vari percorsi formativi ipotizzati nel bando.

«Ringrazio enormemente per il contributo di 1.200 euro», tiene a precisare la lettrice che, come tutti gli altri risultati idonei, versa effettivamente in uno stato di estrema necessità dal punto di vista economico. Un aiuto immediato in denaro è, evidentemente, soltanto una parte di ciò di cui le persone senza lavoro hanno bisogno, soprattutto in un periodo di crisi economica. Una parte da non "buttare via", certo. 

L'idea "forte" del patto di riscatto sociale era però anche la seconda parte. Quei percorsi, appunto. Che, nel caso della lettrice, non si sono verificati. Pierfrancesco Majorino, assessore al welfare, aveva parlato di «strumento assolutamente innovativo» e di «modello di intervento che chiediamo al governo di istituzionalizzare: si dà una mano a chi è in difficoltà costruendo con la persona un progetto di riscatto». E nei comunicati del comune di Milano si parlava esplicitamente di «partecipazione obbligatoria del beneficiario a un programma di reinserimento lavorativo e sociale proposto e seguito dai servizi sociali».

Tra le possibilità citate da Palazzo Marino: borse lavoro, corsi di formazione, assistenza nell'invio del curruculum, così come piani di rientro per pagare gli affitti o le bollette. Inoltre si sarebbe chiesto ai beneficiari di svolgere attività utili alla comunità. Particolare significativo: la seconda tranche dell'erogazione sarebbe avvenuta solo dopo avere verificato l'effettiva partecipazione al progetto. 

Stando alla testimonianza di Maria, invece, di tutto questo non c'è stata traccia, anche se i successivi 800 euro sono arrivati regolarmente. L'unica richiesta degli uffici di largo Treves è stata la presentazione di scontrini e ricevute relative ad attività dei figli della donna. Dall'assessorato ai servizi sociali - interpellato da MilanoToday - non hanno fornito una risposta statistica sui 2.041 beneficiari, ovvero a quanti di loro sia stato effettivamente proposto un percorso di formazione, ma hanno confermato che questo non è stato offerto a tutti: il "riscatto sociale", secondo la risposta dell'assessorato, poteva configurarsi al limite anche con impegni a "raddrizzare" il proprio stile di vita. Questo non sembra però essere il caso di Maria.

«Non è affatto mia intenzione fare polemica, anzi ringrazio l'assessorato per l'iniziativa, ma avevo nutrito una speranza nella possibilità paventata di un inserimento più serio in un mondo del lavoro così difficile per chi non ha potuto concludere con un diploma il percorso di studio», spiega Maria. 

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