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Covid Milano, l’assedio dei focolai: i contagi verso la soglia critica

A giudicare dai colori,il Risiko della regione Lombardia tende a complicarsi. Cinquanta sfumature di arancione scuro raccontano come stanno nascendo le tante piccole, ma necessarie Maginot per frenare l’ondata di variante inglese. La mappa vale più di tante parole. Le chiusure nel Bresciano. Poi la provincia di Como. E i (tanti) comuni nel Cremonese e nella provincia di Pavia, Mantova e soprattutto di Milano. Tra i tanti dubbi, una sola domanda: riuscirà la città a reggere la progressione del contagio? Gli scenari sono due. E bisogna partire dai numeri per capire come potrebbe andare a finire. Il criterio dominante oggi è quello dell’incidenza dei casi. Sopra i 250 casi ogni 100 mila abitanti si entra in un regime di misure rafforzate. In questo momento, come l’attualità di questi giorni racconta in modo inequivocabile, è la zona di Brescia quella ad aver anticipatola presenza di variante inglese, che ormai sul territorio lombardo è presente nel 64 per cento dei tamponi positivi. L’ultimo dato nelle mani della task force dice che l’incidenza ha raggiunto i 482 casi. Quasi il doppio del cut-off. Un’emergenza che è già arrivata negli ospedali, costretti a trasferire i pazienti più gravi nel resto della Regione. Ma come sta Milano? La sindrome dell’accerchiamento ha fatto alzare la soglia di allerta in città, già colpita in modo pesante dall’ondata di novembre. E questo secondo molti (a differenza di Brescia) potrebbe alzare la quota di persone immunizzate in modo naturale a prescindere dalla campagna vaccinale in corso. Come da ormai un anno spiegano tutti gli epidemiologi, la città non può permettersi di cadere, perché una metropoli con oltre un milione e 300 mila abitanti e la densità abitativa che ne consegue rischia di moltiplicare il contagio a velocità poco gestibili. L’incidenza di casi nell’intera provincia di Milano oggi è di 206. Se si sposta la lente sulla città i casi scendono leggermente a 192. Questo significa che i numeri sono ancora (abbastanza) lontani da quota 250, ma la progressione lascia intendere che è il rischio è alle porte. Qui chi pensa positivo deve credere nella nuova strategia messa sul campo dalle Regioni: quella di anticipare la diffusione applicando subito misure mirate nelle zone che mostrano numeri peggiori. L’idea nata sui tavoli del Pirellone nelle ultime settimane è quella di creare uno scudo alla città. Così sono nate le zone rosse a Bollate, Mede e Viggiù e così si è colorato di arancione scuro tutto il resto. Come si decide? Intanto le Ats locali segnalano ogni piccolo focolaio che desta preoccupazione. E poi c’è la Commissione indicatori: un team di tecnici che fino a qualche settimana fa si riuniva un paio di volte a settimana per analizzare i dati. Ma con la variante inglese i numeri cambiano da un giorno all’altro, così il confronto è diventato quotidiano. Chiudere la cintura è la scommessa per contenere una crescita che comunque (almeno) nei prossimi dieci giorni ci sarà, in attesa che le nuove misure abbiano impatto. L’esempio (positivo) viene dalle zone dei primi tre provvedimenti di zone rosse, dove tra l’altro si stanno anticipando le vaccinazioni: a Bollate i numeri stanno scendendo in maniera importante. Ovviamente la gestione di una metropoli come Milano è diversa da quella di piccoli comuni. Ma per ora nessuno ragiona su spacchettamenti per quartieri o distretto. Proprio perché una grande città vive di interazioni. Tante, troppe, secondo chi invocava misure più restrittive da settimane. «Quella di chiudere per micro aree, estendendo il cuscinetto ai comuni limitrofi, resta l’unica e ultima strategia possibile — spiega Alessia Melegaro, docente della Bocconi e membro della Commissioni indicatori —. In passato ragionando per macro aree si è perso del tempo. È una partita a scacchi in cui non si possono rimandare le decisioni».

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