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Sconfitte e delusioni, il pianto di Balotelli ora poco SuperMario

E' l'immagine simbolo della stagione Milan. Dopo il ko contro il Napoli l'Europa è più lontana

Come l'esultanza tutta muscoli di un anno e mezzo fa contro la Germania, il suo pianto in panchina a Napoli resterà indelebile nell'iconografia di Mario Balotelli. Una collezione di immagini e episodi con protagonista un bambino adottato che nel frattempo è diventato ragazzo, uomo e papà, nonchè un calciatore famoso come una rock star, ricco e di successo, che sfoggia fuoriserie fiammanti, creste da duro e, in continuo contrasto fra il desiderio di apparire e quello di privacy, a volte non riesce a nascondere le proprie debolezze. 

E finisce per apparire lontano dall'essere felice. Sul motivo di quelle lacrime sono stati lanciati sondaggi televisivi e dilagano discussioni sui social network. Una versione emerge dagli ultimi tweet del fratello dell'attaccante del Milan, Enock: "Lasciamolo stare per una volta, facciamo finta di niente. Non è stato facile questa settimana. Ricordiamoci che non stiamo parlando del robot che descrivono i giornalisti ma di una persona con un cuore e dei sentimenti". 

Da mercoledì Balotelli ha la certezza di essere il papà di Pia, e voleva chiudere la settimana con una prestazione ben diversa a Napoli, la città dove la piccola cresce da un anno e mezzo con la madre, Raffaella Fico (che si è detta disponibile ad andare a trovarlo con la bambina). Per questo c'era anche una buona dose di tensione nella mente del milanista, secondo chi conosce questo ventiquattrenne che si sente sovraesposto, con troppi occhi addosso, e fa poco per passare inosservato. 

Una tensione che l'attaccante non è riuscito a trasformare in carica positiva davanti ai 40mila del San Paolo. Mentre dagli spalti risuonava la solita cantilena di insulti ('Balotelli figlio di p...'), dopo 72 anonimi minuti il nervosismo è diventato frustrazione quando Balotelli ha mancato un pallone (sull'uscita sbagliata di Reina) che avrebbe potuto cambiare il corso della partita e forse della stagione del Milan. E sessanta secondi più tardi, in panchina, tutto si è trasformato in pianto. 

I calciatori sognano di piangere per festeggiare un grande trionfo, invece dopo l'ennesimo esame di maturità fallito, questa scena rischia di diventare l'immagine di un giocatore di grande talento ma non indispensabile, come lo definì Moratti prima di cederlo al Manchester City. Intanto quel fotogramma potrebbe tranquillamente essere l'icona simbolo della stagione del Milan. Seedorf avrà pure portato entusiasmo a Milanello, ma nessuna rivoluzione si è ancora consumata. 

Dopo l'ottava sconfitta in campionato (7 sono le vittorie) la zona Europa è sempre lontana (7 punti), la difesa continua a combinare pasticci e, al di là della prodezza dell'ultimo arrivato Taarabt, l'attacco ancora una volta ha funzionato male, complici un evanescente Robinho e un Abate piazzato dall'allenatore al posto sbagliato. Quanto basta per vivere con una certa preoccupazione l'attesa dell'andata degli ottavi di Champions League contro l'Atletico Madrid fra dieci giorni. 

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