San Siro, un colpo al cerchio e uno alla botte. Ma Milan e Inter hanno fretta. E potrebbero stufarsi

Editoriale - Il Consiglio passa la patata bollente alla giunta, riempiendo le società di paletti per il nuovo stadio e non spiegando bene cosa si debba fare del Meazza: la cittadella dello sport significa tutto e niente. Senza dare a Milan e Inter nessuna tempistica certa

San Siro (foto Ansa)

Alla fine è finita come doveva finire. Un colpo alla botte (le società) e uno ai futuri elettori (il cerchio). Vero che alla città serve un nuovo stadio, ma lo storico, il Meazza a proprietà comunale, deve rimanere. Cosa diventerà? Mistero fitto. Le due paroline magiche sono: area polifunzionale. Il che vuol dire tutto e niente. Tra le ipotesi, arena per concerti, campo per le giovanili o le squadre femminili, spazio attrezzato aperto al pubblico per sport vari. Insomma, idee fumose per ora, come la scighera che abbracciava l'hinterland lunedì mattina. Il sindaco Sala è stato netto: "I nuovi progetti sono troppo a vantaggio delle società". Quindi, in qualche modo, San Siro andrà inserito nel più ampio respiro di "una cittadella dello sport". Con quali soldi rimarrà in piedi non si è ancora ben capito.

Il Consiglio comunale del 28 ottobre consegna la patata bollente alla giunta, di fatto prendendo la posizione più popolare possibile: fate quello che volete, ma non buttate giù San Siro. Lo raccontiamo qui. I consiglieri, districandosi tra petizioni, raccolte firme e vari "non potete abbattere la storia", si sono mantenuti, pur con diverse opinioni fuori dal coro, fedeli alle dichiarazioni degli ultimi mesi. La matassa resta intricata. Ma si rischia di perdere il vero obbiettivo del tutto: dare a Milano un impianto al livello delle altre città europee. Il pallone del futuro vuole uno stadio più piccolo e con meno posti, sempre pieno, con costi di gestione inferiori, con meno volumi e materiali green, davvero polifunzionale e non solo a parole. Chi ha fatto il salto mai tornerebbe indietro, suonare casa Juventus. Milano, adesso, qualcosa del genere non ce l'ha. San Siro è passato nel tritacarne di diversi maquillage. Non basta.  

Milan e Inter sbuffano, abbozzano, inviano comunicati amichevoli. Hanno presentato in pompa magna due masterplan mastodontici che sono stati di fatto gentilmente rispediti al mittente. Erano quasi sicure di spuntarla con la demolizione. Quasi, appunto. Affiorano progetti che ripensano il Meazza, lo smembrano, tagliano e cuciono gli anelli. Ok, è il tempio del calcio milanese dal 1926. Però siamo nel 2019. Non si può vivere di ricordi. I paletti imposti da Palazzo Marino fanno sudare freddo al Portello e in via Liberazione: ridurre la durata della concessione delle società, ridurre l'impatto ambientale, realizzare una cittadella di sport e servizi "car free", ridurre i volumi degli edifici extra-stadio e, soprattutto, mantenere il Comune a capo del progetto. Una bella sfilza di meno. Siamo sicuri ci sia tutto questo tempo? Il numero uno nerazzurro Steven Zhang è stato chiarissimo: "Vogliamo agire velocemente". La controparte rossonera Scaroni, immerso nella melma dei risultati sportivi di questo periodo, ha ribadito: "C'è un piano B". Che tradotto significa molto semplicemente: andarsene. E piantare baracca e burattini a Sesto San Giovanni. E' questo che vogliono a Palazzo Marino?

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