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"Tamponi mai fatti, mascherine avute in ritardo, un solo termometro": ecco l'inferno delle Rsa visto dall'interno

Il racconto di un operatore sanitario di una casa di cura che fa i conti con l'emergenza Coronavirus tra morti, contagi e protezioni che continuano a scarseggiare. Il video

 

Ogni giorno va a lavorare sapendo che quel nemico invisibile potrebbe colpirlo da un momento all'altro senza preavviso. Ogni mattina, ogni sera, entra in quella struttura che ora dopo ora è sempre più simile a una bomba a orologeria pronta ad esplodere. Eppure, continua ad essere sempre lì, continua a fare il suo lavoro, si ostina a fare "l'eroe", come da oltre un mese lui e i colleghi vengono chiamati dagli amministratori regionali e nazionali. Quegli stessi amministratori che però - per dirlo con le sue parole - "ci hanno lasciati soli a combattere a mani nude". 

Lui è un operatore della residenza sanitaria assistenziale Sandro Pertini di Garbagnate Milanese, una delle tante Rsa lombarde che sta facendo i conti, tragici, con l'emergenza Coronavirus

1822 morti nelle Rsa lombarde

I numeri non mentono: nella sola Lombardia - stando ai dati forniti da Silvio Brusaferro, presidente dell'istituto superiore di sanità - dal 1 febbraio al 31 marzo nelle case di cura sono morte 1822 persone, quasi la metà soltanto nelle ultime due settimane del mese scorso, quando l'epidemia era ormai esplosa in tutta la sua forza distruttiva. 

Venerdì pomeriggio l'assessore al Welfare regionale, Giulio Gallera, ha portato avanti una strenua e accorata difesa dell'opera della sua giunta: "Non c'è stata alcuna contaminazione da parte dei pazienti trasferiti dagli ospedali", ha giurato, facendo riferimento alla delibera che chiedeva alle Rsa di ospitare pazienti Covid a "bassa intensità". Quindi, parole dell'assessore: "Il trasferimento di persone dagli ospedali a strutture come Rsa era necessario per ricoverare altre persone e salvare vite. Noi abbiamo detto alle Rsa di separare e isolare quegli ospiti con sintomi simil Covid".

E ancora, sempre il titolare del Welfare: "Alla Regione spettano le linee guida - sui comportamenti da tenere nelle Rsa - che Regione ha fatto in maniera ampia con la delibera del 30 marzo", e cioè 38 giorni dopo il primo caso lombardo certificato di positività al Coronavirus.

"La situazione è drammatica"

Che qualcosa non abbia funzionato nella gestione dell'emergenza - e cosa lo dirà la magistratura - appare evidente. I numeri, gli unici che non possono mentire, sono lì a confermarlo. "La situazione, da noi come nel resto delle strutture, è drammatica - racconta l'operatore, che preferisce restare anonimo -. Da noi si parla di almeno venti ospiti deceduti, ma il conto è in continuo aumento. E come contagiati se ne salvano davvero in pochi", dati i sintomi "credo che il contagio sia ormai totale". 

L'unico piano "immune", per ora, è stato il secondo: lì tutti i 46 pazienti sono risultati negativi al tampone che è stato effettuato il 6 aprile scorso, esattamente 45 giorni dopo il primo caso di Coronavirus accertato in Lombardia. "Noi siamo riusciti a isolare il reparto, attuando una sorta di 'state a casa' - ricostruisce l'operatore -, praticamente noi siamo barricati in una struttura dove tutto intorno sono presenti alte percentuali di contagi". 

"Si faccia chiarezza, troppe morti sospette"

L'unico piano salvo

Anche il secondo piano, però inizia a traballare. "Qui vediamo arrivare continuamente operatori e infermieri che si muovono dai piani infetti e quindi corriamo il pericolo di minare anche la nostra situazione", riflette l'operatore. 

Sembra, infatti, che tutto il personale sia costretto a passare da lì per timbrare - la rilevazione delle presenze non è stata sospesa - e che il cambio turno, con le relative consegne ai nuovi arrivati, avvenga proprio al secondo piano. 

Le mascherine arrivate "a metà marzo"

Ma forse, per quanto grave, questo è il problema meno grave. "In tutto questo tempo le procedure messe in atto da regione e Ats sono state scarse e sono arrivate in ritardo - assicura il lavoratore -. Le mascherine agli operatori sono state date a metà marzo, una per turno", cioè a praticamente un mese dall'inizio dell'emergenza.

"Prima combattevamo a mani nude o poco più perché ognuno si era organizzato in proprio come meglio poteva, mentre adesso combattiamo con la fionda", dice l'uomo.  Già, perché in realtà le mascherine chirurgiche servono a molto poco: "Con quelle possiamo evitare di contagiare noi le persone che ci stanno di fronte, colleghi e ospiti, ma noi chiaramente possiamo essere contagiati dai pazienti". 

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I tamponi mai arrivati 

E, inevitabilmente, è quello che è successo. "La situazione sta diventando pesante. Gli infermieri presenti sono meno della metà, stanno facendo molta fatica e turni molto faticosi. Ci sono diversi operatori sanitari positivi al virus, è difficile coprire i turni e lavorare in maniera adeguata", racconta. 

Che poi la positività non viene quasi mai certificata perché i tamponi - nonostante la regione assicuri che vengono effettuati anche ai "monosintomatici" - non arrivano praticamente mai. "Infermieri e Oss non sono mai stati sottoposti al test - denuncia l'operatore -. Le precauzioni non sono mai state prese e non vengono tuttora prese". 

E a confermarlo è un altro Oss della stessa struttura, che da qualche giorno è a casa con febbre e difficoltà respiratorie: esattamente i sintomi tipici dell'infezione da Covid. Per lui l'unica precauzione è stata la sospensione momentanea del lavoro, ma del tampone neanche l'ombra. 

"Manca anche il termometro"

E i test, come le mascherine, non sono l'unica cosa a mancare. "C'è una notevole mancanza di strumenti, da noi scarseggiano anche i termometri - sottolinea l'operatore -. Noi siamo forniti di un termometro, a volte anche non funzionante, e ci dobbiamo attrezzare personalmente, con qualcuno che lo porta da casa". 

"Da fine febbraio a oggi è cambiato poco o nulla - l'amara constatazione dell'Oss -. A livello tangibile che differenza c'è?". E lui i responsabili li ha già individuati: "A tutte le istituzioni che avrebbero dovuto fare meglio e di più per proteggerci - conclude - dico di contare i contagiati e i deceduti e di mettersene gran parte sulla coscienza". 

Il direttore della struttura, contattato da MilanoToday, ha spiegato di non essere autorizzato a parlare. Da Asst, invece, hanno chiarito che gli unici dati ufficiali sono quelli forniti da regione Lombardia. Che di numeri certi sulle Rsa, però, non ne ha forniti praticamente mai. 

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