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Cibo dalla finestra, una stanza e un giardino: viaggio tra i malati Covid che non possono stare a casa. Video

Reportage nell'hub della Croce Rossa a Linate in cui sono ospitati i malati Covid

 

I capelli, ormai quasi totalmente bianchi, sono sistemati e precisi nonostante il cappello. La barba, che lascia qualche pezzo di guancia "libero", è rifinita e curata nei minimi dettagli. La parlantina è quella di un uomo forte, sicuro di sé, di uno che per tanti anni ha lavorato come manager "gestendo 120 persone". Il sorriso è vero, sincero, quasi contagioso. Si spegne soltanto quando parla di sua moglie, che in quegli stessi momenti è sotto un casco Cpap in ospedale a lottare per la vita. Al signor Carmine, un uomo calabrese che ha superato i 70 anni, invece è andata meglio. Il coronavirus lo ha colpito, ferito, ma non lo ha buttato giù. Lo ha costretto ad entrare e uscire dagli ospedali per una decina di giorni e poi lo ha portato a Linate, negli spazi che l'Aeronautica ha messo a disposizione del comitato di Milano della Croce Rossa per tirare su un hub destinato ai positivi che non possono ancora tornare a casa. 

Nella struttura, una palazzina di cinque piani ribattezzata "Drago", si arriva passando dal cancello principale della caserma, che dà su viale dell'Aviazione e che sorge alle spalle dell'aeroporto cittadino. Si entra, si prosegue dritto sul vialone, si arriva al "monumento elicottero" - che qui proprio non poteva mancare -, si svolta a sinistra e si vedono subito le tende con disegnata una grande croce rossa. 

Gli spazi sono divisi in due, una zona "pulita" - interdetta agli ospiti, con una cucina e un ambulatorio medico - e una zona "sporca", dove si trovano le 52 stanze destinate ai malati e un giardino, delimitato dalle transenne, in cui possono passeggiare liberamente. Tutti loro sono asintomatici o paucisintomatici, ma sono comunque contagiosi e per questo non possono stare nelle loro abitazioni, molto spesso troppo piccole per dividerli dal resto dal nucleo familiare. Così, dentro l'hub della croce rossa ci sono donne e uomini, giovani e meno giovani, italiani e migranti e sette bimbi insieme alle loro mamme, provenienti dai centri di accoglienza. 

Per arrivare alle loro camere - un letto, un armadio e una tv - bisogna indossare la tuta protettiva, alzare il cappuccio, mettere i calzari, due paia di guanti, la mascherina Ffp2 e la visiera. Poi si percorre il corridoio, spoglio, e si arriva alle stanze. 

Quando apre la porta, il signor Carmine sta finendo la pasta che ha ritirato poco prima da una finestra, come hanno fatto tutti gli altri e come impongono le regole per cercare di evitare ogni contatto con chi presta servizio nella struttura. Mangia gli ultimi due bocconi e poi inizia a parlare: del suo vecchio lavoro da dirigente, dei suoi diversi passaggi in pronto soccorso per il covid, del suo "ricovero" all'hub - "dove non mi manca nulla" - , della certezza di farcela e della paura per sua moglie. Il signor Carmine resterà in quella stanza fin quando non sarà negativo - tutti vengono sottoposti al tampone a 10 giorni dal loro arrivo  - o, in automatico, dopo 21 giorni di permanenza. Dopo di che, tornerà nel suo appartamento. 

"Certo, questa non è casa loro, ma non è neanche l'ospedale", la riflessione di Monica Simeone, direttrice generale del comitato milanese della Croce rossa. "Sicuramente è una situazione più semplice e più comoda per gli ospiti, tutti inviati dalle strutture ospedaliere, anche se si tratta di un isolamento".  A mancare è soprattutto una cosa: "Non tutti affrontano questo periodo con tranquillità - ammette - perché sono lontani dai familiari". Ed è proprio quello che al signor Carmine toglie il sorriso: la distanza da sua moglie. Anche se qui, ripete, "sono seguito, controllato e non mi manca davvero nulla". 

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